Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi (Genesi)

29 Giu

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On air – Girl – Marc Bolan & T.Rex

[…] perché spogliarsi dovrebbe rendere vulnerabili. Non l’ho mai capito. Non sarò di certo più protetta se ho addosso una delle mie canottiere estive. Di quale vulnerabilità parliamo allora, dei malanni stagionali? O di quella vulnerabilità che nasce dal lasciar cadere le maschere? Non era passata di moda ‘sta stronzata delle maschere? Non aveva lasciato spazio al flower power e allo stile marinaro? E in ogni caso, possiamo cortesemente perdere un po’ tutti quanti l’abitudine di parlare in senso metaforico? Ché io, non so voi, ma le amo da impazzire quelle persone dotate della sincerità che stupra, che ti odiano o ti amano senza filtri, che ti arrivano violente addosso colpendoti allo sterno, facendoti mancare il fiato. Quelle che anche se non c’entra un cazzo con i discorsi che stai facendo si fermano a guardarti e ti dicono “Sei dolce”, e tu pensi subito Oddio no, ma si ferma lì, non parte nessuno spleen baudeleriano in cui senti la necessità di vomitare al mondo intero la tua disperazione per essere una femminella dolce. Ché sei felice, senza dietrologie e un po’ alla come cazzo capita […]

 

I ciccifrolli

18 Mag

 

 

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On air – 1979 – The Smashing Pumpkins

Lo incontro per la prima volta da sola, al tabaccaio dietro casa mia, mi ci schianto proprio addosso mentre sto uscendo.
A volte il destino è proprio stronzo.
Sono contenta di incontrarlo, ho una strana agitazione addosso. Sono contenta della mia strana agitazione addosso.
Da vicino ha gli occhi più piccoli di come ricordassi. I suoi 36 anni si vedono tutti, da vicino, ma non gli stanno male.
“Tavolo, vino, ciccifrolli?” – azzarda lui.
“Cosa sono i ciccifrolli?” – chiedo io.
“Quelle cose che si smangiucchiano mentre si beve”
Suppongo di aver detto di sì, perché a un certo punto camminiamo verso la sua macchina.
Mi chiede dove voglio andare. Diciamo contemporaneamente il nome dello stesso locale, ridiamo imbarazzati, è una cosa stupida ma ridiamo, ci scambiamo un ennesimo sorriso teso, e saliamo in macchina.
“Mi dispiace per la macchina, è davvero zozza”
Non sono sicurissima di cosa ho risposto, ma ho l’impressione di aver detto Sticazzi.
Ci facciamo quattro birre, ché fa caldo. A me, perlomeno, bolle il cervello, ma ho la giacca di pelle addosso.
La sua voce è diversa.
La sua voce è diversa dalla sua faccia, da come si muove, da quello che mi racconta.
La sua voce è diversa. La sua voce mi fa un sacco di domande. La sua voce è ingorda di conoscermi e io sono ingorda di ciccifrolli.
“Dici che faccio un casino se lancio il tavolino che ci separa e ti bacio?” – mi chiede la sua voce.
Io non lo so mica che risponde la mia. Sono le 21 e sono digiuna e un po’ ubriaca.

Portami in braccio a braccio

11 Apr

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On air – This time tomorrow – The Kinks

“E poi ero così incazzata che quando abbiamo parlato c’avevo le Madonne in fuori gioco” – ha detto Sofia. E forse non significa un cazzo, in italiano, ma io ho capito benissimo cosa intendeva e come si sentiva.
“Volete provare il nostro platano fritto con maionese e curry?” – ha detto la cameriera avvicinandosi timidamente a noi mentre Sofia continuava a gesticolare come in preda alle convulsioni.
“E proviamo ‘sto platano fritto” – risponde lei senza nemmeno guardarla in faccia e continuando a parlare con me delle sue Madonne in fuori gioco.
“Ma scusa Sof, ma il platano che cazzo è? Non è una banana? Ci danno una banana con la maionese e il curry?” – intervengo io parlandole sopra.
“E proveremo ‘sta banana” – risponde. Capisco che non è aria, non si può interrompere in alcun modo il suo monologo e, quando arriva il platano fritto, non lo tocchiamo neanche.
Alla fine Sofia è sempre stata così, gli anni e il mondo maschile hanno solo enfatizzato i suoi lati drammatici, ma lei è questa. Dice che cambierà musica, che ci saranno svolte, che certe esperienze subìte la faranno diventare fredda e austera e autocontrollata e indifferente e distaccata, e ogni giorno sembra quel giorno, il giorno in cui lei cambierà, il giorno in cui tutto verrà sovvertito.
Ma sistematicamente non succede mai un cazzo.
Non succede mai un cazzo perché ci pensa, perché si studia a tavolino i suoi comportamenti futuri e mette una X accanto alla dote che vorrebbe avere. Lo abbiamo fatto un po’ tutti quanti nella vita. Io ho messo un’infinità di X accanto alle parole Pazienza, Dolcezza, Tette. Ho rimediato solo sull’ultima. Con l’aiuto del pubblico, non certo grazie alle mie X.
La razionalità fa schifo al cazzo. Ecco cosa ho imparato dalla mia vita da giovane adulta, come mi ha chiamata oggi la ginecologa mentre mi infilava una specie di pistola di plastica dritta su per la giovane patata. L’eccessiva razionalità, poi, è dei poveri. Dei poveri di spirito, di istinti, di emozioni, di brividi.
Sofia vuole un uomo per procreare, per mettere su casa, per cucinare tutte le sere della pastasciutta che non sia solo per il suo cane. Sofia pensa, studia, valuta, pondera, cerca affannata questo essere etereo e dal passato, presente e futuro encomiabile, e va da sé che ogni uomo ha qualcosa che non va. Sofia pensa, pensa al punto di pensare l’impossibile. E porcaputtana anche io sarei imperfetta per lei e per i suoi standard, se solo avessi il pene. Sarei un vero mostro, per lei, mo’ che ci penso. Una promiscua testa calda. Una che l’apparenzainganna. Non sto dicendo che non dobbiamo pensare e che dobbiamo tramutarci in esseri superficiali che bastacherespiri, né che stia spingendo verso una delle tante nauseanti viedimezzo da poracci veri. Però cazzo, un po’ di respiro, un po’ di Let it Be.
Noi siamo quello che pensiamo, diceva Siddhārtha Gautama (sì, lo cito quasi più degli Oasis ultimamente, e quindi?). Quindi, se pensiamo troppo, chi cazzo siamo? Un gomitolo confuso di grandi speranze ed ideali impossibili? Un gomitolo di Madonne in fuori gioco?
Boh.
So solo che io non penso più a un cazzo. Vado a braccio. Sono un pendolo che oscilla tra il va tutto bene e vabeneuncazzo. Schopenhauer avrebbe riscritto tutte le sue opere dopo essersi fatto una chiacchierata con la me di questi tempi. Ma è morto. E la chiacchierata con me se la fa Sofia, coi suoi occhiali di osso, che leva e rimette in modo ossessivo-compulsivo. Non lo so bene cosa le dico, vado a braccio, appunto, e mi arrabbio molto. Le X su Pazienza e Dolcezza, dicevamo prima, non hanno portato grandi risultati.

 

Tutto quello in cui credo

6 Apr

 

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On air – Frosinone – Calcutta

Ognuno crede in qualcosa.
E’ la regola universale con la quale giustifico il mio credere nei fiori di Bach.
E in più, credo nel pizzico di sale nell’impasto della torta, nella Buonanotte che fa dormire meglio, credo nella Via Mediana di Siddartha, nella non triste, non lieta, equilibrata, saggia e perfetta purezza.
Credo che la dolcezza faccia grandi cose, e credo anche che sarebbe il caso di tirarla fuori ogni tanto, non solo durante le eclissi di luna e non solo quando passano inaspettatamente Maledetta Primavera per radio e quel momento di stasi in mezzo al traffico si trasforma in un romantico spaccato pseudo-trash.
Credo nelle pulsioni, negli istinti, nel sesto senso, nelle strane sensazioni.
Nei baci.
In quelle cose, insomma, in cui tutti dicono di credere perché oramai sono diventati degli standards blasonati di cui riempirsi la bocca, ma nelle quali nessuno crede veramente.
Dubitare non è avvincente, non è fico, e io non sono fica se dubito. Io sono fica se ci credo e se poi me la prendo in culo, perché significa che mi ha retto. E il gioco di parole è solo colpa della mia romanità e del fatto che più passa il tempo e più mi tramuto in un centurione deitalianizzato.
Ordinare la cena su Justeat è credere che si scoperà un sacco di più stasera. Si comincia dalle piccole cose.

Ricordati di me

15 Feb

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On air – Wild World – Cat Stevens

I muri rimbombano e le scarpe scivolano.
Non mi accorgo di nulla, non mi curo di nulla, un tempo mi guardavo intorno molto più spesso, e invece adesso vado in giro con un’aria svagata. Eppure loro si accorgono di me.
Ci si saluta come se ci si fosse salutati l’altro ieri, ché è così che funziona quando rivedi qualcuno di familiare, non importa il tempo che è passato.
Fa caldo. E solo quando iniziamo a parlare mi rendo conto che le gambe mi tremano un po’ come se invece facesse freddissimo, lì dentro. E’ che i ricordi, me lo ricordavo, io non li reggo. Non li ho mai retti. E per due giorni di fila, poi.
Il primo giorno è stato quello in cui mi sono resa conto di avere un messaggio non letto. Un messaggio ricevuto un anno prima, tanto per restare in tema di aria svagata, tanto per segnare una linea temporale dell’inizio di questa mia distrazione perpetua. Lo leggo e mi cominciano a tremare le tette, ché il cuore innervosito e pure un po’ stizzito ha fatto un casino, lì sotto. Manco fosse stato il messaggio di un uomo, poi. Nessuna lettera d’amore struggente lasciata lì ad ingiallire come un messaggio in bottiglia rinvenuto dopo tempo indefinito. Nessuna fantastica rivelazione da raccontare immediatamente alle amiche radunandole in plenaria.
No.
Era il messaggio di una zoccola. E mi dispiace, mi dispiace davvero tanto dire tutte queste parolacce porcaputtana, è il mese dei fioretti, questo. Non mi compro niente (ché ho saldato l’abbonamento in palestra e l’ho vissuto malemalemale) e non parlo come una zotica. Per 30 giorni. Si può fare, cazzo. Ma, diamine, una zoccola che ti scrive un sacco di parole che tu leggi dopo tanto tempo a causa della tua sbadataggine da bambina dell’asilo che inciampa nelle sue stesse scarpe, non capita tutti i giorni. E come può questo non lasciar trasudare tutta la tua vena più ruvida?
E insomma poi, il giorno dopo, incontro loro. Amici di una vita fa che mi ricordano la vita fa, e non me la fanno rimpiangere nemmeno un po’, ma me la fanno ricordare, tutta. Loro, che hanno le stesse facce di quando mi reggevano i capelli mentre vomitavo con la testa fuori dalla tenda del campeggio, e la zip ancora chiusa per metà che mi premeva sulla nuca. Hanno le stesse facce di quando il Capodanno era a casa di Stefano, proprio come l’anno prima, e io dovevo portare il salame di cioccolato. Hanno le stesse facce di quando l’inaugurazione di casa mia diventa un festino a base di birra e salatini bordeaux tremendi, e siamo talmente tanti che sono costretta ad inzeppare persone in balcone, pregandoli di non buttarsi di sotto. Hanno le stesse facce mute. Di chi ti conosce bene e non ti chiede granché. E allora tanto vale lasciare le cose come stanno e andarsene subito, ché forse un minuto di più comporterebbe un amarcord ancora più vorticoso, non richiesto e non tollerato.
Insomma, sbucano cose dal passato, ma l’unica cosa di cui mi curo, se devo proprio esser sincera, è che non mi sbuchino i brufoli, le rughe di espressione e le macchie da fumo sui denti. Per il resto facessero un po’ come cazzo gli pare. Io dico qualche parolaccia e torno al mio fioretto. Così a fine mese vinco una sachertorte mignon da 15 euro e me la mangio da sola, con le mani, e alla faccia di chi, coi ricordi, è soccombente.

Camion

29 Dic

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On air – Love me – Joe Victor

Non c’è fine anno che mi appartenga. Quando mi ritrovo dentro questi giorni qui trovo solo carne a pezzi, idee stropicciate, capelli spezzati.
Quest’anno ho avuto paura, e il bello è proprio poterlo raccontare, quasi fossi reduce da un’impresa spericolata. Perché alla fine un po’ lo è stata.
Quest’anno ho avuto paura e io allora l’ho incappucciata, l’ho fatta smettere di urlare e l’ho soffocata. Ma prima c’ho dovuto pensare un attimo.
“Che cazzo sto a fa’?” – mi sono detta a un certo punto. Ed è stata quella la chiave di volta. Rendersi conto di non essere un’eroina tragica con un vestito pomposo addosso e i capelli cotonati, ma essere una cretina con un paio di Converse ai piedi e un maglione bianco e nero un po’ infeltrito che sta fumando una sigaretta da sola, di notte, su una panchina fuori il portone, meditando di scappare. E invece sono rientrata, abbagliata da quell’immagine desolante che non sentivo mia. Ché è una storia che si ripete. Quando tocco il lato più umano, più fragile, più impalpabile di me, divento un Camion. O un Camyon (cit.). E questo camion mi salva la vita ogni volta, mi carica e mi dice Che cazzo stai a fa’?
Quindi va bene così, va bene avere avuto un po’ di paura. O averne avuta tanta. O averne avuta e basta.
E non c’è fine anno in cui mi senta carica. Mi spalmo su letti, coperte e tappeti con la stessa resistenza di un sacco di farina. Mi sono venuti due brufoli e sostengo già da oltre un mese di essere a un passo dall’acne. Questo mettere insieme i pezzi, tirare le somme, mi addolora. E poi, sto facendo un faticosissimo esperimento circa l’uso della sincerità sempre e comunque e mi rendo conto di aver concluso l’anno con una divertentissima-solo-per-me spocchia indelicata. E’ una faticaccia, ché oltre a combattere con l’acne devo pure combattere coi musi lunghi e scandalizzati di quelli a cui ho detto la verità. E’ che a volte scegliamo di dire piccole bugie per proteggere gli altri. A volte, quindi, scegliamo per gli altri. E sarà forse che io sono un po’ testa di cazzo, di quelle che si alzano in piedi sul tavolo e si sbracciano pur di dire la loro, ma proprio non posso tollerare che qualcuno scelga al posto mio. E quindi mo’ mi son messa in testa di applicare questa cazzo di etica della reciprocità. Mica tanto facile, all’atto pratico. E’ roba da possenti facce da culo a volte, da persone disposte a rischiare, e soprattutto chiama anche tutta una serie di sfaccettature becere, tipo la vendetta. E’ un meccanismo strano, e spesso gira male, ci si fa qualche nemico, ma secondo me a lungo andare funziona. Inizio ad apprezzare frasi come “Ma sticazzi!” oppure “Hai rotto i coglioni”. Le apprezzo, di cuore. Ché mi ricordano il Camion, e il Camion porta grande aiuto e buoni consigli.

Vòlli, e vòlli sèmpre, e fortissimaménte vòlli

30 Nov

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On air – Remedios – Gabriella Ferri

Ti chiedono perché lo fai e la risposta è sempre la stessa: perché lo voglio. Perché ti impegni così tanto, perché ti occupi 23,5 ore in una giornata stringata di 24, perché non dormi un po’ di più?
“Perché non te ne vai a letto? Perché non ti riposi?” mi dice sempre Lui, quando mi vede sfranta e con la voce piatta di chi per sopravvivere sveglia ha messo il pilota automatico. Più di una volta credo di aver risposto “Se è per scopare, allora ok”, e alla fine a lui è andato bene lo stesso.
Non mi piacciono le cose impalpabili, i sogni e le elucubrazioni. Ne faccio a bizzeffe, perché sono femmina e sono stupida e mi metto sempre il mascara, ma non mi piacciono. Sono evanescenti, come il pudore di Blondie negli ultimi tempi. Mi piace fare, e come ogni annata di merda che si rispetti, strafaccio.
“Perdonami” – dico ad Angie durante una delle nostre ormai rare conversazioni – “Non ti sto ascoltando. Sono davvero sfinita. Esausta. Esaurita. Finita. Ma solo per adesso. Ogni sera è così, poi mi riprendo”
“Capisco” – risponde lei – “Cura ormonale già da cinque giorni, vorrei solo piangere”
“E piangi, drena”
“Drena”
Lei mi sgrida. In qualche modo di quelli suoi, schietti ma con riserva, mi fa capire che se do queste risposte a cazzo e con quel fare così serio e risoluto vuol dire che sono esaurita. Io mi sento quindi in dovere di  giustificarmi e di aggiungere un “Domattina andrà meglio. Te lo prometto”.
Perché i buoni propositi, da queste parti, iniziano il 30 Novembre. C’è dell’esaurita proattività anche in questo, e mioddio che paura. E’ davvero solo l’ultimo giorno del mio mese, quello che mi dispiace sempre un po’ salutare ma che mi sputa dentro Dicembre spezzettata e scheggiata, con tutti i frammenti dell’anno addosso. E passo il Natale a levarmi le spine. Così le uso come pedine per la tombola. Trovo che l’essere dissacrante sia essenziale per la mia sopravvivenza. Ma forse questo ragionamento è un ennesimo volo pindarico.
Domattina torno. Giuro.

 

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