E il treno io l’ho preso e ho fatto bene

9 apr

611178

On air – Pablo – Francesco De Gregori

“Per me non c’è nessun problema se a quello o questo o quell’altro posso star sul cazzo. Per me non c’è nessun problema se cercano di schiacciarmi perché mi temono, o se tentano di mettermi all’angolo. Io lo accetterei. Io lo rispetterei. Non capisco cosa cazzo dovrebbe fregarmene” – dico seria.
Sissi mi guarda e accenna uno dei suoi sorrisi cattivi.
“Peccato che tu non sia Gandhi”
Il perdono è la qualità del coraggioso” – rispondo io, accennando all’unica citazione saltatami in mente. L’unica che forse non c’entra un cazzo.
“Tu non sei Gandhi”
“Ok non sono Gandhi” – quant’è difficile parlare con questa donna mioddio – “E chi sono allora?”
“Grossomodo una con lo spirito di un freddo serial killer”
“Mioddio” – rispondo composta, mettendo i palmi delle mani sulle ginocchia.
Lei invece si scompone tutta e mi ride a un centimetro dalla faccia. “Lo vedi? Non era quel mioddio educato la risposta! La risposta era Che cazzo dici Sissi! Ma dopotutto, tu, sei troppo educata”
Quel tu tra le virgole lo dice con così tanta enfasi che le credo totalmente e inesorabilmente.
E mi parte una lente a contatto, così, per ribellione, senza che io nemmeno mi sia mossa. Qualcosa di me si doveva pur scomporre dopotutto, e la Johnson&Johnson ha scelto al posto mio.
“Lui dice che sono una camionista” – aggiungo. Mi rendo conto che suona come una giustificazione, ma è vero.
“Bene”
“Bene”
Ma quando esco da casa sua non va bene un cazzo. E voglio solo ascoltare Pablo. Solo De Gregori può urlare in modo così composto. Oltre me. Ovviamente.

Gli mancava la rabbia, quella forza oscura che è il segreto di ogni successo. (cit.)

23 mar

6993

On air – Lungimiranza – Offlaga Disco Pax

“La verità è che, io, in questi giorni, non sono abbattuta, non sono mortificata, non sono più dispiaciuta di nulla. Di fondo, a me, rode solo tanto il culo”
E quando l’ho detto mi sono resa conto che io proprio non ce l’ho un sinonimo delicato e congruo alla mia femminilità che possa sostituire nello stesso, enfatico, modo, l’espressione “farsi rodere il culo”. A volte l’italiano corretto non supporta le manifestazioni prepotenti del mio essere, e ciò mi rammarica profondamente. Ma tant’è.
La storia è questa.
Una mattina mi sono svegliata perché piangevo a dirotto.
E’ passata una settimana, ed è successo di nuovo. Mi sono svegliata disperata, letteralmente inconsolabile per colpa di un incubo. Sempre lo stesso cazzo di incubo. Proprio come quando ero piccola, che sognavo sempre quel cane lupo che mi inseguiva, e mi svegliavo poco prima che mi sbranasse. Io e i mostri da esorcizzare. Quelli che restano lì, anche se durante il giorno non te ne accorgi, e che ti mordono il collo e ti afferrano per i polpacci appena chiudi gli occhi. I mostri che ti fanno capire che non stai lottando abbastanza, che c’è dell’altro che puoi e che devi fare per goderti una maledetta notte di sonno profondo a quattro di spade senza stressare coi tuoi lamenti e le tue litanie chi ti dorme vicino. E quando stamattina Lui mi ha svegliata per porre fine al tormento io l’ho abbracciato e mi sono sentita un sacco Emily Rose dopo l’esorcismo. O Iris prima del parto.
Ma svegliarsi non basta.
E’ necessario farsi rodere il culo.
Perlomeno secondo la corrente filosofica che più mi da soddisfazione.
Ché io non la riesco proprio a percorrere la strada del noncipensare, quella del lasciascorrere. Ma vaffanculo. Solo pensare che io possa trascurare qualcosa di importante e lasciarlo scorrere manco fosse l’acqua del water mi inietta gli occhi di sangue e mi affila i canini. Io mi ci devo immergere nelle cose, le devo comprendere ed assaporare, pure se fanno schifo, le devo mozzicare, anche se sono dure e non hanno succo da offrirmi. Io devo incazzarmi, mi devo far girare in modo sano ed efficace le palle, per debellare il marcio. Devo lottare e devo buttarmi in mezzo al fango per far vedere al mostro che non ho paura di affogarlo in casa sua.
Altrimenti è vittoria a tavolino. Oppure è vittoria del debole che si finge mezzo zen mezzo filantropo mezzo iosonosuperiore e invece, appunto, è solo debole ed incapace di lottare.
Sono quella che non crede nei rimedi soft, quella che non crede nell’omeopatia, nel cibo light, nei rimedi per eliminare la cellulite con i massaggi o l’elettrostimolazione. Non credo nelle lunghe riflessioni, negli istinti repressi e non credo nemmeno nei vorreimanonposso.
“Sono piena di rabbia e piena di forza” è quello che risponderei se qualcuno mi chiedesse come sto. E mi sentirei un po’ Wonder Woman, se solo avessi quei suoi magnifici bracciali. O le mutande blu con le stelle.
Non starei per niente male così conciata.

Puttana

5 mar

3973

On air – La Crisi – Bluvertigo

Madonna che palle.
“Madonna che palle!”
Il mio collega mi guarda con la coda dell’occhio senza nemmeno girarsi, è abituato alle mie continue imprecazioni.
“Che hai?” – mi dice, col tono piatto di chi lo chiede per abitudine.
“Un’altra puttana” – rispondo. In effetti mi sto rivolgendo ad una banalissima email ricevuta da una tizia un po’ ansiosa e un po’ prolissa. Appellarla come puttana è forse eccessivo. Forse no. Forse dipende dai punti di vista. Forse puttana è davvero soltanto l’altro lato della medaglia dell’essere santa. Non abbiamo molte scelte, noi donne. Quel fatto che la donna perfetta è un po’ zoccola un po’ Madonna in realtà va demistificato. Se le donne sono medagliette roteanti, aventi il lato troia e il lato santa, prima o poi la medaglietta smette di girare, casca a terra e definisce la scelta. Et voilà, sei un troione da sbarco! Et voilà, sei una suorina del cazzo! Che brutta la forbice. Che brutte le forbici in generale. Ma soprattutto che brutta questa forbice qui, che non prende in considerazione le mille sfaccettature di noi donne.
Parliamo di me per esempio, visto che si parla sempre di puttane rompicoglioni, di finte moraliste o di gente insoddisfatta votata alla castità o alla più limacciosa troiaggine. Stavolta parliamo di me. E partiamo dal presupposto che io col cazzo che ci sto sulla medaglietta delle zoccole con l’hobby di fotografarsi le piccole labbra a scopo di seduzione o sul lato della congregazione delle Orsoline coi peli total body. Partiamo dal presupposto che non ho mai adottato né studiato né contemplato alcuna tecnica di abbordaggio del genere maschile. Il massimo che ho fatto è stato forse lanciare uno sguardo obliquo al pacco al primo appuntamento, il che farebbe di me una maliziosa Orsolina, ma per fortuna mi depilo una cifra, quindi no. Non ho mai avuto ispirazioni particolarmente romantiche, non ho mai smodatamente cercato l’amore della mia vita, non ho mai provato quelle enormi sofferenze e frustrazioni amorose che le mie amiche mi hanno sempre descritto concitate. Quindi potrei essere una puttana. La mia libido in effetti è sempre stata a livelli sufficientemente alti per sostenere la tesi. Però poi, quando mi innamoro, sono fedele, e la mia testa è fedele, non solo il mio corpo, mi emoziono per un abbraccio, piango disperata come un neonato appena uscito dall’utero materno, faccio progetti, oh, capito? Progetti! Roba che pure i Lego mi hanno sempre messo ansia. Mo’ improvvisamente mi sveglio la mattina e faccio progetti. Insomma, dicevo, piango. Il punto è proprio quello. Sto male e piango, sto bene e rido. E se per voi è normale per me no, non lo è. E’ sempre stato sto male e rido, sto bene e rido. E sono davvero incasinata cazzo. Incasinata proprio come quei film americani in cui c’è l’adolescente incasinata, quella che gira per casa col magliettone e i calzini e si chiude in camera a bere birra, ascoltare heavy metal e maledire il mondo crudele. Incasinata perché sono portatrice sana di sfumature che mi buttano fuori sia un lato che dall’altro della medaglia.
Una senza tetto.
Tutto questo insomma per dire che sono una barbona che rotola sul bordo della medaglia.
L’importante alla fine è che non c’ho i peli.

Coriandoli

20 feb

40_n

On air – Hungry Heart – Bruce Springsteen

Lei mi ha raccontato quanto stava male, quanto si sentiva persa, incredula, terrorizzata. Lei me lo ha raccontato tra i singhiozzi, arrotolata su se stessa. Arrotolata su un tappetino blu. Lei me lo ha raccontato e io l’ho guardata dentro quegli occhi gonfi di paura, e ho sentito tutto, tutto quello che stava provando. Tutto. Come una frustata. Tanto che la mia schiena si è inarcata e l’ho abbracciata d’impeto, l’ho stritolata, l’ho frantumata, lei e quelle sue ossicine piccole, lei e quella sua pelle sottile, e tutt’a un tratto siamo diventate una cosa sola, i poli opposti che si cercano e che si saldano, per calmarsi, per riequilibrarsi.
“Ti sto soffocando col mio dolore” – mi ha detto con il naso ancora pieno di mocciolo e le guance rosse.
“Ti sto soffocando coi miei capelli” – le ho risposto io, stringendola a me ancora più forte, ancora di più, in modo che la sua testa e il suo corpicino si fondessero con il mio di nuovo e di nuovo ancora, e ancora una volta, e tutta quella paura si rompesse in un mare di coriandoli, in un mare di colori.

[pillole] Punti di vista

30 gen

014

On air – A Khatmandu – Rino Gaetano

“Ho gli ovuli vecchi” – dice Ang.
“Non sono vecchi, sono vintage!” – rispondo io.

“Vorrei la pace intorno a me” – mi dice Lui.
Pace tutt’intorno. Come cazzo siamo finiti a parlare di pace? Siamo mica alle finali di Miss Mondo? penso. Ma poi penso anche che sono troppo incazzata per volere anche io la pace. Sì, in senso assoluto la vorrei, ma adesso-adesso no. Adesso-adesso sono un po’ perplessa. Che cazzo è che voglio, guerra o pace? Eppure ero sicura di essermelo appuntato da qualche parte. Si può avere una pace battagliera? No perché in caso io ne ordino un sei etti, in confezione sottovuoto, così si conserva meglio.

“Com’è simpatico e gentile quel ragazzo nuovo, vero? Sembra anche molto educato” – dico contenta di aver conosciuto una persona dall’aspetto normale, una di quelle che sanno stare al proprio posto, cosa rara, rarissima negli ultimi tempi. Sono arrivata a dividere la fetta di persone che mi piacciono in due macro-categorie: quella delle persone che stanno al loro posto e quella delle persone che si fanno i cazzi loro.
“Non mi piace per niente. E’ un provola” – dice la mia amica Emme, spiazzandomi.
“Un provola?”
“Tiè, guarda come ci guarda. Un provola” – continua a dire mentre lui si avvicina a noi.
“Emme, sta giocando col cellulare, non ci sta guardando”
“Lancia sguardi per traverso”
“Ma a chi”
“Li lancia e basta. Un provola”

“Amore?”
“Sì?”
“Non dirmi mai che sono una ragazza speciale”
Lui mi guarda un po’ perplesso, un po’ divertito. Ha capito benissimo che sono seria, che non sto sparando cazzate come ogni sabato pomeriggio che si rispetti.
“Perché?”
“Perché per me la persona speciale è un po’ come il bambino speciale delle scuole elementari. Quello un po’ lento, con l’insegnante di sostegno, che tutti coccolano perché è speciale
Lui ride. Secondo me è inorridito.

“Ti sta sul cazzo” – mi dice S. mentre cerchiamo di svelare l’enigma del giorno. Enigma che non riusciamo a risolvere perché io non mi impegno, perché a me già non me ne frega più un cazzo di risolverlo. Voglio solo fumare.
“Non mi sta sul cazzo” – rispondo cercando di far cadere il discorso. Il mio interesse è ai minimi storici, anche se mi stesse sul cazzo non me ne fregherebbe un cazzo di scoprirlo.
“Ti sta sul cazzo. Ma tranquilla, anche tu stai sul cazzo a lei” – S. è saggia, saggia, saggia. Mi cattura solo per aver detto tre volte di fila cazzo. Improvvisamente voglio ascoltarla e non voglio più fumare.
“E perché dovrei starle sul cazzo?”
“Lo sai perché, cazzo”
“Ma che cazzo ne so. Se vado così alla cieca mi vengono in mente un sacco di pensieri del cazzo”
“Di che cazzo stai parlando? Niente pensieri del cazzo! Le cose sono semplici, non ti sono sempre piaciute lo cose semplici?”
“Ok, se mi parli così non capisco un cazzo”
“Le stai sul cazzo. Invidia, gelosia, hai presente queste cose tra donne?”
“No”
“Eh lo so ma sforzati. Me lo hai detto anche tu stessa l’altro giorno no, era la tua teoria, te la sei già dimenticata, cazzo?”
“Che c’entrano la sua invidia e la sua gelosia con lo stargli sul cazzo”
“Mi rendo conto che è un mondo nuovo ed inesplorato per te quello delle femminucce ma, credimi, quando sei invidiosa/gelosa di qualcuno, quel qualcuno ti sta ampiamente, abbondantemente sul cazzo”
Ed è stato il dialogo più costruttivo delle ultime dodici ore. Sono innamorata di S. come se fosse un uomo. Come se fosse un uomo che di professione fa il pompiere. Come se fosse un pompiere bello ed eccezionalmente moro. Che a me i mori-mori non sono mai piaciuti granché. Ma S. è mora-mora e se S. non fosse mia amica ma fosse un pompiere moro io la amerei. Castamente.

“Non ho sonno” – dico io.
“Mangia” – mi dice Iris.
“Mangio?”
“Sì, ce l’avrai qualcosa. E’ Carnevale, ce l’hai le frappe?”
“Sì”
“Brava. Mangiatele. Ti verrà sonno”
La insegnerà ai miei figli, questa cosa qui.

Gli uomini vengono da Marte. Le donne vengono.

16 gen

98

On air – Nobody’s Empire – Belle and Sebastian

Non siamo necessariamente così complicate.
Andiamo da A a B passando per un solo punto.
Su una gamba sola.
Gli astronauti che vengono da Marte non potranno mai farlo, con quelle tute spaziali lì. Loro, tuttavia, hanno il lusso di poter andare da A a B passando per 16.859 punti, rotolando e rimbalzando con la loro tutona ammortizzante e con il loro casco integrale. Loro, gli astronauti di Marte, arriveranno alla meta e si spoglieranno e saranno integri, sorridenti e divertiti.
A noi ci roderà il culo. Perché con buone probabilità i saltelli su una gamba sola e il percorso lineare da A a B ci avrà straziato, ci avrà fatto venire un quadricipite, uno solo, come un calciatore, ci avrà shakerato i succhi gastrici e ci avrà scompigliato i capelli.
Noi siamo molto meno complicate di quello che si dice là su Marte. Solo siamo un po’ più incazzate e masochiste. Il piacere primordiale delle manate sul culo parte tutto da lì.

“Leggiti Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere“, mi dice Pip al telefono, mentre torno dal lavoro.
“Perché dovrei” – le rispondo io – “E’ una cazzata. Io non vengo da Venere. Io non li so mettere in pratica i giochetti di Venere, le tattiche, i sotterfugi, e quando ci provo vengo sgamata. Oppure lo dico apertamente, il che manda tutto a puttane lo stesso. Io non vengo da Venere e non voglio venire da Venere. Io penso che se passo per A arrivo a B, non ad A+ o B–. Ti hanno mai dato B– a scuola Pip? Riuscivi a capire se eri andata bene o male Pip? Io non ci capivo un cazzo, Pip. Forse gli uomini sì, potrebbero pure venire da Marte, ma non sono un uomo ed è difficile dirlo con certezza. La teoria che loro sono più semplici di noi però è una puttanata partorita da una donna complicata e traboccante di seghe mentali. Una donna che sostiene di venire da Venere solo per trovare una giustificazione fondata al suo rompere il cazzo. Venere non mi rappresenta. Non voglio che mi rappresenti. Venere e le sue ambiguità. Il mio cervello non le elabora tutte queste sfumature, non penso sia sano farlo. Già mi accorgo di troppe cose di mio, già vivo a orecchie tese e narici allargate per non perdermi nulla di quello che mi circonda, per vivere e vivermi al cento per cento, per assorbire tutto e decidere se nutrirmene o sputarlo, ci manca solo che debba assemblare, lavorare, impastare tutto quello che colgo in ragionamenti complessi, tattiche vincenti. Ma vaffanculo Pip”
Lei, grazie al cielo, scoppia a ridere.
“Ti avevo solo consigliato un libro”

Buono ti mangeranno. Severo ti odieranno.

2 gen

251

On air – Sordid Affair –  Röyksopp

C’è tanto da imparare dai ragazzi davanti al caminetto. Lei sta sbraitando a lui, davanti ad altre sei o sette persone. Stavamo chiacchierando tutti serenamente fino a qualche minuto prima, non capisco che cosa mi sia persa nell’istante in cui mi sono distratta per versarmi del vino. Fatto sta che lei ora gli sta urlando in faccia e lui sta reagendo come un killer silenzioso, con uno sguardo carico di rabbia che uccide ogni fomento. Lo guardo con molesto e assoluto interesse. La discussione viene immediatamente placata da quell’autocontrollo. Si consuma tutto in un lunghissimo minuto in cui rifletto su come avrei reagito io, al posto di lui. Forse quella dose considerevole di spocchia di cui sono stata dotata sin dalla nascita mi avrebbe aiutata a mantenere la stessa muta freddezza di lui, ma che fine avrebbe fatto l’altra parte del pacchetto, quella polemica, quella attaccabrighe e quella facciamo-la-guerra-oh-yes? Probabilmente non sarebbe morta lì, la discussione. Avrei aspettato al varco, in trincea, pronta a sciorinare un furioso discorso degno del più accorato degli speakers’ corner. Avrei aspettato. Poco, perché sono una femmina, ma avrei aspettato.
Inizio quindi l’anno nuovo pensando che sono un mostro. Un mostro severo. E mi sforzo quindi di tirare fuori tutti i miei buoni propositi per il 2015. Cioè zero. E allora ci rifletto e cerco di partorirne uno, almeno uno. Uno solo, che serva a non aggiungere note negative all’allegro quadretto.
E poi mi illumino, dopo circa 14 ore che ci rifletto su.
“Essere meno severa” – dico a Lui in macchina.
Lui sta guidando, non gliene frega un cazzo, è evidente.
“Amore. Ho detto che voglio essere meno severa. Severa con me stessa e quindi, di riflesso, con altri. E’ il mio buon proposito per l’anno nuovo”
“Ottimo, amore”
E’ confermato che non gliene frega un cazzo. In fondo non me ne frega poi molto manco a me. Ma avere un buon proposito mi fa sentire omologata, buona, migliore, con del potenziale. In ogni caso, forse per Lui non sono così severa, e allora mi snobba. Ci metto circa una decina di minuti per intessere con Lui un discorso sull’argomento e ne escono fuori degli spunti interessanti. Prima o poi mi ritorneranno in mente, me li segnerò da qualche parte e inizierò il mio percorso per diventare come la Lei del mio sogno di stanotte, una Lei buona, silenziosa, coccolosa, che profumava di caramelle e metteva su una faccina triste e veniva coccolata e riempita di attenzioni, mentre io, all’angolo opposto, coi capelli dritti, furiosa e molesta, non venivo cagata di striscio perché, si sa, parlarmi in certi momenti equivale a fuoco e sparatorie e accoratissime orazioni. Bei sogni del cazzo, sì, ma densi di significato.
“Per favore, no. Le donne coccolose e col broncio fanno cagare” – mi dice però Lui, in conclusione. E questa cosa mi spiazza maledizione. Come si fa a stemperarsi senza diventare un po’ moscettone col musino triste o con gli occhi a cuore? Come si fa a diventare buoni senza piegarsi o diventare cattivi senza fare stragi? Come si fa a controllarsi al punto tale da non urlare contro il lampadario? Io non lo so davvero, e mi innervosisce così tanto questo fatto che il mio cervello non conosca proprio le cosiddette vie-di-mezzo che porcaputtana se mi torna in mente anche solo uno di quegli spunti per diventare buona lo rimuovo con un rutto. Perché alla fine c’avrò pure un sacco di bellici difetti, ma la femminilità e la coerenza sono tutto nella vita di una donna.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.469 follower