I film della domenica pomeriggio

25 lug

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On air – Matilda – Alt-J

Stavo ballando, con i miei bikers polverosi di terra, la mia collana vintage, ché ormai tutto è vintage, e un braccio sgocciolante birra. Perché Becky è sempre stata molto maldestra e ancora deve capire bene la differenza tra ballare e pogare, soprattutto vicino a bicchieri pieni.
Stavo ballando, e ad un certo punto i riflettori hanno illuminato la sua faccia, poco più di un metro davanti a me. Sono in un cazzo di film della domenica pomeriggio, ho pensato. Una di quelle commedie con la trama un po’ banale, in cui tutto succede un quarto d’ora dopo che l’hai pensato.
I riflettori illuminano la faccia di Diego, e io penso, all’istante, sinceramente, con tutta la mia pancia e tutto il mio sentimento, che porcaputtanaèpropriobrutto. Ha gli occhi simpatici, che ridono, ok, ma quelli ce li hanno pure certi tipi di cane, o i criceti.
Scambiamo tre parole, forse due, forse meno, perché a me viene da ridere, sono allibita e penso che in questi ultimi due anni io mi sia scissa in due, o trasformata completamente, altrimenti non si spiega. Poi torno dai miei amici, che si impegnano a far finta di niente. Becky continua a buttarmi birra addosso, Carletto mi abbraccia entusiasta per la serata strafichissima che sta passando. Chissà da quanto tempo non andava a ballare. Chissà da quanto tempo sperava di rivedermi coperta di terra e di birra esattamente come mi ha conosciuta. Eppure la mia testa è per un attimo fulminata e mi chiedo, e gli chiedo, a nessuno ed indistintamente a tutti, come cazzo ho fatto. Come ho fatto?
Parte una riflessione di circa diciotto/venti minuti nella mia testa, che ogni tanto salta fuori anche nei giorni seguenti, visto che non è giunta ad una conclusione adeguatamente soddisfacente.
Come si fa a cambiare così tanto gusti, desideri, pulsioni?
Come si fa a prendersi una sbandata pluriennale per uno con la voce di Paperinik, i capelli lavati col Perlana e l’imponente palo nel culo?
Non fa ridere.
Non fa ridere neanche me. Non riesco proprio a riderci sopra.
Il mio solito sconsiderato tatto, e la mia solita scellerata sincerità, fanno sì che accenni il discorso anche a Lui, che mi guarda divertito e fa spallucce. Anche a Lui è capitato, in fondo. Anche Lui ha avuto la ex Psicopatica con la testa ruotabile di 360° e la ex Sei Gennaio coi denti posizionati come dadi lanciati durante un’infuocata partita di Yahtzee, quindi forse un confronto con chi c’è passato potrebbe chiarirmi meglio le idee. Ma nessuno ha risposte quando si tratta di scavare nelle viscere del proprio passato sentimentale, e io onestamente ho paura a trovare le mie, ché magari ne esce fuori una qualche forma di perversione, e sono certa che potrei impazzire tutt’a un tratto se la scoprissi.
Lui sostiene che tendiamo a mantenere un filo conduttore con quella che è stata la nostra prima esperienza. Il tuo primo ragazzo era biondo con gli occhi azzurri, androgino e un po’ stronzo? Perfetto. Passerai la vita esattamente come io ho passato la mia, a cercare il Principe Azzurrostronzo con la vena sottilmente androgina di Ewan McGregor in Velvet Goldmine, e proverai un senso di strana repellenza nei confronti di tutti gli altri.
Seguendo la linea di pensiero di Lui, che non fa una piega, mi rendo conto che su di me è andata esattamente così. E forse per questo motivo posso essermi fatta fuorviare da qualche prototipo mal riuscito.
“Oppure è sola una conferma del fatto che tu sia innamorata di Lui” – mi dice S., la donna che da grande doveva fare la psicoterapeuta e che trova sempre la risposta più semplice a tutti i miei più fecondi e fantasiosi quesiti – “ed anche gli uomini del passato per cui hai perso la testa adesso ti sembrano mostri leggendari”
“Tipo il Chupacabra o l’Ogopogo?” – rispondo io.
“Eh, tipo”
Anche la sua teoria, a dirla tutta, non fa una piega. E seguendone i dettami anche io potrei essere il Chupacabra di qualcun altro, di qualche ex che mi rivede dopo anni e resta traumato, e questo pensiero, per non si sa quale ragione degenere, mi fa sentire figa. Non dovrebbe esser così, giusto? E invece è così. Possiamo non interrogarci almeno su questo?
E poi arriva Sofia, vestita da Janis Chaplin:
“Sì vabbè Tesò, ma che cazzo te ne frega, Tesò?”
Effettivamente non me ne frega un cazzo, è vero, ero solo rimasta molto colpita da me stessa, dall’evoluzione papabile degli ultimi due anni, dalle vite da gatto che ho vissuto e poi ricominciato, e di quanto ne ritenga, qualcuna, inspiegabile. Ma di tutto questo non gliene frega un cazzo nemmeno a Sofia, e vuole solo raccontarmi della sua ultima vita da gatto, del suo ultimo uomodellavita che se tutto va bene frequenterà per più di sei mesi. Io lo spero tanto cazzo. Spero in un preludio che porti nuova musica anche per lei. “Anche”, sì, perché a me è già successo, altrimenti non sarei mai stata in grado di stupirmi dei Chupacabra e degli Ogopogo. E quindi spero che un giorno questa musica andrà avanti anche per Sofia Chaplin, e che incontrerà per caso, mentre beve una birra, un uomodelpassato. Così potrà venire da me, ridendo, ricordandosi con gli occhi gonfi di divertimento e stupore di bambina la sua ultima, breve, vita da gatto.
E mi chiederà di aiutarla a capire.
E io le risponderò come lei.
“Tesò. Ma che cazzo te ne frega, Tesò?”

Liberi tutti

2 lug

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On air – L’uomo del secolo – Baustelle

Ma quanto si stava bene quando ci si mandava a fanculo liberamente? Quando si litigava e non si faceva pace, mai.
Non era proprio contemplata la pace. Si litigava e vaffanculo. Ogni amicizia, ogni rapporto, ogni cosa era scritta con la penna replay, quella che si cancellava e via.
Adesso no, adesso è tutto più complicato, nel mondo dei grandi. Filtriamo i pensieri, le sensazioni, i discorsi. Viviamo in un colino da thé. Che belli che siamo.
Siamo tutti più carini, ragionevoli e posati.
Riflessivi.
Ci proponiamo di mantenere rapporti freddi e distaccati con chi ci ha fatto uno sgarbo. Ci riempiamo la bocca di cose tipo quieto vivere. Scialla.
Io, dall’alto del mio colino da thé strabordante di riluttanza, dico sempre che ci provo. Sarò la Regina delle Nevi. Sarò la fautrice del quieto vivere. E poi, alla fine della fiera, sono invece soltanto quella sincera che ti manda a fanculo. Che ti dice quello che pensa quando meno te lo aspetti. Che fa un casino per le piccole cose, ed effettivamente manco quello te lo aspetti. Perché sono importanti le piccole cose, cazzo. Io mi batterò per le piccole cose, perché sono quelle che reggono le grandi, lo sappiamo tutti no? E’ lo stesso principio che regge quelle espressioni del cazzo tipo “E’ bello ma non balla”. Se sei bello (grande cosa) e non balli (piccola cosa), vaffanculo.
Anche io leggevo Topolino, anzi, a dirla tutta leggevo Minnie & Company, un fumetto nel quale ero azionista di maggioranza all’età di sette anni. In quel mondo lì era tutto smussato, colorato ed erano tutti falsi amici, pure se Gastone era uno stronzo spocchioso, pure se Brigitta McBridge era mezza depressa e incassava una delusione d’amore dopo l’altra. Ecco, io ho smesso di comprare quel fumetto quando, su per giù verso i nove anni, ho capito che non volevo sorridere a denti stretti ad amici stronzi e spocchiosi e non volevo egocentriche amiche depresse monopolizzatrici e assetate di cazzo. Certo, magari a nove anni assetate di cazzo proprio no, ma insomma il senso è chiaro.
Vorrei un mondo fatto di sinceri, onesti e sentiti vaffanculo. Non tutte queste smancerie che utilizziamo per ritardare la rissa, o per auto-frustrarci.
Vorrei essere una concorrente di Miss Universo per poterlo dire alle telecamere, arrampicata su tacchi altissimi e con un body superstretch: “Ciao. Sono Milla. Vorrei un mondo in cui la gente si sentisse più libera di mandarsi affanculo”.

Cannucce colorate

24 giu

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On air – Boogie Oogie Oogie – A taste of honey

E poi ti capita che ti senti morire.
La sensazione parte dai timpani e sale, sale su per le tempie, ti allaga il cervello e poi sprofonda giù per tutto il corpo come una montagna di acqua dopo il crollo di una diga.
Ti senti morire e ti senti anche una cogliona.
Anzi, principalmente ti senti una cogliona. Una coi pantaloni a vita alta, sulla quale puntare il dito e ridere. Ovviamente trascurando che i pantaloni a vita alta sono tornati di moda, ma le coglione no. Quelle di moda sono le galline, perché l’uovo piace più o meno al 75% della popolazione.
Una cogliona. Mi sento di tirar fuori problematiche il cui spessore è spesso pari alla questione delle scarse proprietà nutritive dell’olio di mandorle sui capelli. Fa bene alla pelle, perché continuano a dire che faccia bene anche i capelli? Li unge e basta. Puzza. Puzza di mallo di noce. E invece è mandorla, e dovrebbe profumare di pasticceria siciliana, di frutta martorana.
Mi sento un serpente che sta cambiando la pelle. Chissà se anche lui si sente morire e si sente così coglione, con quelle squame sballonzolanti. Chissà se anche lui si fa tutte le domande che mi faccio io e si sente un po’ come un’adolescente dopo il primo ciclo mestruale.
Cosa vorrei, mi chiede Angie. Vorrei ballare tutto il tempo, cantare, stare a piedi nudi e bere da cannucce colorate, tante cannucce colorate, per smorzare l’attesa di questo cambiamento che oramai è irreversibile ed è inevitabile che si completi. Però per favore, pietà, please, je vous en prie, lasciate che lo faccia in ambiente neutro, epurato da presenze e situazioni fastidiose e inopportune che giocherellano con le mie squame senza rendersi conto del pericolo e del dolore che mi provocano. Lasciate che cambi pelle nel mio cazzo di mondo. Basta ‘ste lotte da Signori degli Anelli. Io non sono Legolas, anche se mi sto facendo crescere i capelli e anche se il mio parrucchiere psicopatico me li schiarisce ogni volta. Io non sono Legolas Thranduilion e non voglio lotte per il Regno, devo pensare alle mie squame colorate e se devo lottare per il Regno allora per me il Regno può pure andare a fuoco con una botta di etanolo. Non sono Legolas cazzo. Sono un maledetto serpente. Posso godermi la mia muta in pace cazzo?
E’ come quando ho un problema e mi dicono di parlare. Non c’è proprio un cazzo di cui parlare se ho un problema. Sono noiosa e ansiosa se ho un problema, devo stare zitta seduta sul mio problema cercando di dominarlo e sopprimerlo. Se parlo mi distraggo.
E quindi, in un momento della mia vita così pieno di polveroni, di lotte, di gare, di fatiche di Ercole, di pelli spellate e di morti interiori annunciate, io voglio stare seduta in cima al mucchietto, a bere da tante cannucce colorate e a mettermi lo smalto. Ed è forse la calma la mia fatica più grande. Sicuro mi sbafo un po’ di rosso sui polpastrelli. Ma non sono Legolas, prima o poi qualcuno lo capirà porca puttana.

Beat

6 giu

8175On air – Two fingers – Jake Bugg

Ascolto musica britannica di cantanti nati negli anni ’90 e con un accento che mi ricorda il mio amico Lawrence e i suoi baked beans a colazione.
Non sono riuscita ad entrare al concerto di musica elettronica di stasera. Perché se arrivi tardi per tracannarti vino rosso nonostante i trenta gradi a mezzanotte a nulla servirà che hai un vestitino succinto e le ciglia lunghe. Se i biglietti sono finiti, sono finiti, e non ne stamperanno di nuovi solo perché piagnucoli mascara all’ingresso.
Ma alla fine meglio così, pensi, mentre torni a casa con i finestrini abbassati e i capelli sconvolti dal vento. Meglio così. Mai andare a feste quando si è scapigliati, accartocciati, latentemente incazzati. D’altronde non avrei mai accettato una quattro ore di vino rosso a giugno, in condizioni più ordinate.
Fumo una sigaretta nel traffico della sera e dei locali mentre torno verso casa. La prima sigaretta da sola della serata. Me la godo come se fosse una fetta di cheesecake newyorkese al limone. Ci vantiamo un po’ tutti di trarre piacere dalle piccole cose ma in realtà non lo facciamo mai veramente. Bisogna avere una predisposizione, un La interiore, una musichetta che rimbomba sempre in testa, e che fa saltellare pure se il volume non è alto. Ecco, io fumo quella sigaretta lì e penso di essere una cazzo di base di qualche cazzo di karaoke. Pure se nessuno canta io suono lo stesso. E alla fine è il mio vanto ma anche la mia tortura. Ché quando sei così la gente pensa che tanto sei un mondo a sé, che tanto suoni e scalpiti e sorridi e balli e ti scompigli i capelli e fanculo tutti. Non hai bisogno di niente e di nessuno, tu con quel ritmo lì, tu con quella tempra che ti spalma addosso quel sorrisetto indecente. E allora alzi il volume, perché è così che succede, no, quando sei da solo a casa. Alzi. Alzi. Alzi. Tanto tu sei quella con le ciglie lunghe e che fa un sacco di casino, non si sorprenderà nessuno. E se i vicini si lamenteranno tu alzerai ancora, e ti difenderai così, da sola e a brutto muso. Ma ti difenderai come fanno tutti quelli col beat. Urlerai sottocassa, e coraggiosamente ti lamenterai che nessuno riuscirà a sentirti. E la cosa ti farà tanto ridere, ché tanto se piangi è inutile, penseranno sia sudore, penseranno tu stia ballando troppo, penseranno che mò tanto ti passa subito. Penseranno. E tu ballerai.

Purgatorio

25 mag

19On air – Alone in my home – Jack White

Dante era puro e disposto a salir le stelle nell’explicit del Purgatorio. E io, da brava secchiona con le Converse di velluto a coste, me lo ricordo bene.
Ma pura, io, non so se lo sarò mai. Resterò sempre un po’ insaponata e con un po’ di terra sotto le scarpe.
Eppure, le stelle le salgo comunque. Solo che lascio le impronte, faccio le bolle di sapone, sgocciolo per terra e faccio un sacco di rumore.
Vorrei muovermi a passi felpati nei piccoli e grandi passi che sto facendo ogni giorno. Perché sto sviluppando. Io, a 29 anni, sviluppo, e faranno un articolo su Focus su di me.
Milla e lo sviluppo tardivo.
Milla e le tette.
Milla e la biorivitalizzazione cerebrale.
E in questo mare di sedicenti adulti ambigui io faccio ancora sempre un sacco di casino, rompo un sacco di piatti, slabro i colli di un sacco di magliette e scelgo sempre volumi troppo alti.
Il casino è il mio Purgatorio. E, comunque, sono le stelle quelle che contano.
E io ci salgo, si.
E io le tocco, oh si.

C’è un limite oltre cui nessuno riesce a restare sospeso nel vuoto senza farsi prendere dal panico (Andrea De Carlo)

8 mag

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On air – Yesterday – The Beatles

Mi dicono tutti di restare.
Proprio tutti.
Ché lo sanno tutti che c’è un motore che è meglio non accendere, un motore di quelli che è meglio maneggiare con cura, perché una volta acceso non si sa se riuscirà a portarti a casa o se invece inibirà ogni freno e ti porterà via.
Mi dicono tutti di restare perché il gioco vale la candela, perché chi va a Roma perde la poltrona, perché chi ha fatto trenta allora fa pure trentuno. Mi dicono tutti di restare per una serie infinità di banalità. Ché se fosse per me le impilerei tutte, il gioco, la candela, il Colosseo di Roma e il cupolone, e pregherei un sacco di persone di ficcarseli su per il sedere con un colpo secco. Così, dritte in pila. Hai voluto il gioco? Hai voluto la candela? Hai voluto Roma? Perfetto. Nel culo.

“Tu vuoi essere fermata col lazo” – mi ha detto qualcuno.
“Legata per i piedi e imbavagliata” – ho risposto io, fiera del mio romanticismo da bidone della mondezza in fiamme. Andrò all’inferno per questo. E anche per aver passato la serata a svuotare ogni borsetta in cerca delle chiavi di quel motore lì.

Scapigliati

3 mag

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On air – Love is all – The Tallest man on Earth

Quando l’ho conosciuto avevo un vestito a pois, i capelli più scuri ed ero nel pieno periodo odiotutti.
Bevevo un mohito, lo osservavo con la totale carenza di nonchalance che mi contraddistingue e pensavo che, sì, mi stava proprio sul cazzo, forse anche vagamente al di sopra della media generale del periodo.
“Ci uscirai di nuovo?” – mi aveva chiesto il giorno dopo Iris, o forse era Angie, o comunque qualcuno che mi voleva molto bene e che era preoccupatissimo delle mie frequentazioni durante i periodi odiotutti. Ché lo tengono sempre tutti bene a mente quanto io sia poco raccomandabile in quei periodi. E meno male, perché sarebbe un mondo davvero incasinato per me senza le mie amiche e i loro saggi consigli (e ovviamente, Blondie, non parlo di te).
“Mai nella vita”
“Perché?”
“Perché ho passato tutto il tempo del nostro primo appuntamento a pensare ma chi cazzo si crede di essere?”
Ma qualche settimana dopo avevamo appena finito di bere una birra insieme e discutevamo del mio sguardo strano e della bruttezza della catena con cui era legata la sua moto.
“Non ne ho trovate altre. E’ molto brutta” – mi ha detto lui col suo primo sorriso normale.
“Ti stai davvero giustificando per l’estetica della catena della tua moto?”
“Sì. Ma non imbruttirmi così ti prego”
Un fanatico. Un maniaco. E non solo, uno che mi prende pure per il culo per la mia espressività. Ma io dico no, ma una cazzo di persona normale. Uno che mi rimorchi con parole carine, invitandomi a cena, corteggiandomi un po’ e che punti il tutto e per tutto sui vaghi e casuali sfioramenti di mani e duelli di sguardi. E’ evidente che io ce l’ho scritto da qualche parte in giro per il viso che un approccio del genere mi farebbe venire la febbre gialla, che mi riempirei di bitorzoli ed ecchimosi.
Quindi ok, vada per quelli che al primo appuntamento appiccicherei al muro per il collo e prenderei a sberle, per quelli strani, che non si preoccupano di come sono vestiti e di come hanno i capelli ma della catena della loro moto. Per quelli che di te notano tutte le stranezze e te le sottolineano nel caso non te ne fossi già accorta abbastanza. Vada per quelli che quando gli chiedi incazzata Ma tu da me che cosa vuoi? lo sanno perfettamente e non si perdono in chiacchiere o in frasi da figo, e ti dicono solamente “Te”, con la stessa ovvietà con cui ordinerebbero un doppio cheeseburger. Vada per quelli che conoscono la sottile differenza tra una testa scapigliata e una testa di cazzo.
Vada per quelli che “Ma ti amo si può dire?”, e tu non lo dai troppo a vedere, ma muori.

E il treno io l’ho preso e ho fatto bene

9 apr

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On air – Pablo – Francesco De Gregori

“Per me non c’è nessun problema se a quello o questo o quell’altro posso star sul cazzo. Per me non c’è nessun problema se cercano di schiacciarmi perché mi temono, o se tentano di mettermi all’angolo. Io lo accetterei. Io lo rispetterei. Non capisco cosa cazzo dovrebbe fregarmene” – dico seria.
Sissi mi guarda e accenna uno dei suoi sorrisi cattivi.
“Peccato che tu non sia Gandhi”
Il perdono è la qualità del coraggioso” – rispondo io, accennando all’unica citazione saltatami in mente. L’unica che forse non c’entra un cazzo.
“Tu non sei Gandhi”
“Ok non sono Gandhi” – quant’è difficile parlare con questa donna mioddio – “E chi sono allora?”
“Grossomodo una con lo spirito di un freddo serial killer”
“Mioddio” – rispondo composta, mettendo i palmi delle mani sulle ginocchia.
Lei invece si scompone tutta e mi ride a un centimetro dalla faccia. “Lo vedi? Non era quel mioddio educato la risposta! La risposta era Che cazzo dici Sissi! Ma dopotutto, tu, sei troppo educata”
Quel tu tra le virgole lo dice con così tanta enfasi che le credo totalmente e inesorabilmente.
E mi parte una lente a contatto, così, per ribellione, senza che io nemmeno mi sia mossa. Qualcosa di me si doveva pur scomporre dopotutto, e la Johnson&Johnson ha scelto al posto mio.
“Lui dice che sono una camionista” – aggiungo. Mi rendo conto che suona come una giustificazione, ma è vero.
“Bene”
“Bene”
Ma quando esco da casa sua non va bene un cazzo. E voglio solo ascoltare Pablo. Solo De Gregori può urlare in modo così composto. Oltre me. Ovviamente.

Gli mancava la rabbia, quella forza oscura che è il segreto di ogni successo. (cit.)

23 mar

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On air – Lungimiranza – Offlaga Disco Pax

“La verità è che, io, in questi giorni, non sono abbattuta, non sono mortificata, non sono più dispiaciuta di nulla. Di fondo, a me, rode solo tanto il culo”
E quando l’ho detto mi sono resa conto che io proprio non ce l’ho un sinonimo delicato e congruo alla mia femminilità che possa sostituire nello stesso, enfatico, modo, l’espressione “farsi rodere il culo”. A volte l’italiano corretto non supporta le manifestazioni prepotenti del mio essere, e ciò mi rammarica profondamente. Ma tant’è.
La storia è questa.
Una mattina mi sono svegliata perché piangevo a dirotto.
E’ passata una settimana, ed è successo di nuovo. Mi sono svegliata disperata, letteralmente inconsolabile per colpa di un incubo. Sempre lo stesso cazzo di incubo. Proprio come quando ero piccola, che sognavo sempre quel cane lupo che mi inseguiva, e mi svegliavo poco prima che mi sbranasse. Io e i mostri da esorcizzare. Quelli che restano lì, anche se durante il giorno non te ne accorgi, e che ti mordono il collo e ti afferrano per i polpacci appena chiudi gli occhi. I mostri che ti fanno capire che non stai lottando abbastanza, che c’è dell’altro che puoi e che devi fare per goderti una maledetta notte di sonno profondo a quattro di spade senza stressare coi tuoi lamenti e le tue litanie chi ti dorme vicino. E quando stamattina Lui mi ha svegliata per porre fine al tormento io l’ho abbracciato e mi sono sentita un sacco Emily Rose dopo l’esorcismo. O Iris prima del parto.
Ma svegliarsi non basta.
E’ necessario farsi rodere il culo.
Perlomeno secondo la corrente filosofica che più mi da soddisfazione.
Ché io non la riesco proprio a percorrere la strada del noncipensare, quella del lasciascorrere. Ma vaffanculo. Solo pensare che io possa trascurare qualcosa di importante e lasciarlo scorrere manco fosse l’acqua del water mi inietta gli occhi di sangue e mi affila i canini. Io mi ci devo immergere nelle cose, le devo comprendere ed assaporare, pure se fanno schifo, le devo mozzicare, anche se sono dure e non hanno succo da offrirmi. Io devo incazzarmi, mi devo far girare in modo sano ed efficace le palle, per debellare il marcio. Devo lottare e devo buttarmi in mezzo al fango per far vedere al mostro che non ho paura di affogarlo in casa sua.
Altrimenti è vittoria a tavolino. Oppure è vittoria del debole che si finge mezzo zen mezzo filantropo mezzo iosonosuperiore e invece, appunto, è solo debole ed incapace di lottare.
Sono quella che non crede nei rimedi soft, quella che non crede nell’omeopatia, nel cibo light, nei rimedi per eliminare la cellulite con i massaggi o l’elettrostimolazione. Non credo nelle lunghe riflessioni, negli istinti repressi e non credo nemmeno nei vorreimanonposso.
“Sono piena di rabbia e piena di forza” è quello che risponderei se qualcuno mi chiedesse come sto. E mi sentirei un po’ Wonder Woman, se solo avessi quei suoi magnifici bracciali. O le mutande blu con le stelle.
Non starei per niente male così conciata.

Puttana

5 mar

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On air – La Crisi – Bluvertigo

Madonna che palle.
“Madonna che palle!”
Il mio collega mi guarda con la coda dell’occhio senza nemmeno girarsi, è abituato alle mie continue imprecazioni.
“Che hai?” – mi dice, col tono piatto di chi lo chiede per abitudine.
“Un’altra puttana” – rispondo. In effetti mi sto rivolgendo ad una banalissima email ricevuta da una tizia un po’ ansiosa e un po’ prolissa. Appellarla come puttana è forse eccessivo. Forse no. Forse dipende dai punti di vista. Forse puttana è davvero soltanto l’altro lato della medaglia dell’essere santa. Non abbiamo molte scelte, noi donne. Quel fatto che la donna perfetta è un po’ zoccola un po’ Madonna in realtà va demistificato. Se le donne sono medagliette roteanti, aventi il lato troia e il lato santa, prima o poi la medaglietta smette di girare, casca a terra e definisce la scelta. Et voilà, sei un troione da sbarco! Et voilà, sei una suorina del cazzo! Che brutta la forbice. Che brutte le forbici in generale. Ma soprattutto che brutta questa forbice qui, che non prende in considerazione le mille sfaccettature di noi donne.
Parliamo di me per esempio, visto che si parla sempre di puttane rompicoglioni, di finte moraliste o di gente insoddisfatta votata alla castità o alla più limacciosa troiaggine. Stavolta parliamo di me. E partiamo dal presupposto che io col cazzo che ci sto sulla medaglietta delle zoccole con l’hobby di fotografarsi le piccole labbra a scopo di seduzione o sul lato della congregazione delle Orsoline coi peli total body. Partiamo dal presupposto che non ho mai adottato né studiato né contemplato alcuna tecnica di abbordaggio del genere maschile. Il massimo che ho fatto è stato forse lanciare uno sguardo obliquo al pacco al primo appuntamento, il che farebbe di me una maliziosa Orsolina, ma per fortuna mi depilo una cifra, quindi no. Non ho mai avuto ispirazioni particolarmente romantiche, non ho mai smodatamente cercato l’amore della mia vita, non ho mai provato quelle enormi sofferenze e frustrazioni amorose che le mie amiche mi hanno sempre descritto concitate. Quindi potrei essere una puttana. La mia libido in effetti è sempre stata a livelli sufficientemente alti per sostenere la tesi. Però poi, quando mi innamoro, sono fedele, e la mia testa è fedele, non solo il mio corpo, mi emoziono per un abbraccio, piango disperata come un neonato appena uscito dall’utero materno, faccio progetti, oh, capito? Progetti! Roba che pure i Lego mi hanno sempre messo ansia. Mo’ improvvisamente mi sveglio la mattina e faccio progetti. Insomma, dicevo, piango. Il punto è proprio quello. Sto male e piango, sto bene e rido. E se per voi è normale per me no, non lo è. E’ sempre stato sto male e rido, sto bene e rido. E sono davvero incasinata cazzo. Incasinata proprio come quei film americani in cui c’è l’adolescente incasinata, quella che gira per casa col magliettone e i calzini e si chiude in camera a bere birra, ascoltare heavy metal e maledire il mondo crudele. Incasinata perché sono portatrice sana di sfumature che mi buttano fuori sia un lato che dall’altro della medaglia.
Una senza tetto.
Tutto questo insomma per dire che sono una barbona che rotola sul bordo della medaglia.
L’importante alla fine è che non c’ho i peli.

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