I ciccifrolli

18 Mag

 

 

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On air – 1979 – The Smashing Pumpkins

Lo incontro per la prima volta da sola, al tabaccaio dietro casa mia, mi ci schianto proprio addosso mentre sto uscendo.
A volte il destino è proprio stronzo.
Sono contenta di incontrarlo, ho una strana agitazione addosso. Sono contenta della mia strana agitazione addosso.
Da vicino ha gli occhi più piccoli di come ricordassi. I suoi 36 anni si vedono tutti, da vicino, ma non gli stanno male.
“Tavolo, vino, ciccifrolli?” – azzarda lui.
“Cosa sono i ciccifrolli?” – chiedo io.
“Quelle cose che si smangiucchiano mentre si beve”
Suppongo di aver detto di sì, perché a un certo punto camminiamo verso la sua macchina.
Mi chiede dove voglio andare. Diciamo contemporaneamente il nome dello stesso locale, ridiamo imbarazzati, è una cosa stupida ma ridiamo, ci scambiamo un ennesimo sorriso teso, e saliamo in macchina.
“Mi dispiace per la macchina, è davvero zozza”
Non sono sicurissima di cosa ho risposto, ma ho l’impressione di aver detto Sticazzi.
Ci facciamo quattro birre, ché fa caldo. A me, perlomeno, bolle il cervello, ma ho la giacca di pelle addosso.
La sua voce è diversa.
La sua voce è diversa dalla sua faccia, da come si muove, da quello che mi racconta.
La sua voce è diversa. La sua voce mi fa un sacco di domande. La sua voce è ingorda di conoscermi e io sono ingorda di ciccifrolli.
“Dici che faccio un casino se lancio il tavolino che ci separa e ti bacio?” – mi chiede la sua voce.
Io non lo so mica che risponde la mia. Sono le 21 e sono digiuna e un po’ ubriaca.

Portami in braccio a braccio

11 Apr

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On air – This time tomorrow – The Kinks

“E poi ero così incazzata che quando abbiamo parlato c’avevo le Madonne in fuori gioco” – ha detto Sofia. E forse non significa un cazzo, in italiano, ma io ho capito benissimo cosa intendeva e come si sentiva.
“Volete provare il nostro platano fritto con maionese e curry?” – ha detto la cameriera avvicinandosi timidamente a noi mentre Sofia continuava a gesticolare come in preda alle convulsioni.
“E proviamo ‘sto platano fritto” – risponde lei senza nemmeno guardarla in faccia e continuando a parlare con me delle sue Madonne in fuori gioco.
“Ma scusa Sof, ma il platano che cazzo è? Non è una banana? Ci danno una banana con la maionese e il curry?” – intervengo io parlandole sopra.
“E proveremo ‘sta banana” – risponde. Capisco che non è aria, non si può interrompere in alcun modo il suo monologo e, quando arriva il platano fritto, non lo tocchiamo neanche.
Alla fine Sofia è sempre stata così, gli anni e il mondo maschile hanno solo enfatizzato i suoi lati drammatici, ma lei è questa. Dice che cambierà musica, che ci saranno svolte, che certe esperienze subìte la faranno diventare fredda e austera e autocontrollata e indifferente e distaccata, e ogni giorno sembra quel giorno, il giorno in cui lei cambierà, il giorno in cui tutto verrà sovvertito.
Ma sistematicamente non succede mai un cazzo.
Non succede mai un cazzo perché ci pensa, perché si studia a tavolino i suoi comportamenti futuri e mette una X accanto alla dote che vorrebbe avere. Lo abbiamo fatto un po’ tutti quanti nella vita. Io ho messo un’infinità di X accanto alle parole Pazienza, Dolcezza, Tette. Ho rimediato solo sull’ultima. Con l’aiuto del pubblico, non certo grazie alle mie X.
La razionalità fa schifo al cazzo. Ecco cosa ho imparato dalla mia vita da giovane adulta, come mi ha chiamata oggi la ginecologa mentre mi infilava una specie di pistola di plastica dritta su per la giovane patata. L’eccessiva razionalità, poi, è dei poveri. Dei poveri di spirito, di istinti, di emozioni, di brividi.
Sofia vuole un uomo per procreare, per mettere su casa, per cucinare tutte le sere della pastasciutta che non sia solo per il suo cane. Sofia pensa, studia, valuta, pondera, cerca affannata questo essere etereo e dal passato, presente e futuro encomiabile, e va da sé che ogni uomo ha qualcosa che non va. Sofia pensa, pensa al punto di pensare l’impossibile. E porcaputtana anche io sarei imperfetta per lei e per i suoi standard, se solo avessi il pene. Sarei un vero mostro, per lei, mo’ che ci penso. Una promiscua testa calda. Una che l’apparenzainganna. Non sto dicendo che non dobbiamo pensare e che dobbiamo tramutarci in esseri superficiali che bastacherespiri, né che stia spingendo verso una delle tante nauseanti viedimezzo da poracci veri. Però cazzo, un po’ di respiro, un po’ di Let it Be.
Noi siamo quello che pensiamo, diceva Siddhārtha Gautama (sì, lo cito quasi più degli Oasis ultimamente, e quindi?). Quindi, se pensiamo troppo, chi cazzo siamo? Un gomitolo confuso di grandi speranze ed ideali impossibili? Un gomitolo di Madonne in fuori gioco?
Boh.
So solo che io non penso più a un cazzo. Vado a braccio. Sono un pendolo che oscilla tra il va tutto bene e vabeneuncazzo. Schopenhauer avrebbe riscritto tutte le sue opere dopo essersi fatto una chiacchierata con la me di questi tempi. Ma è morto. E la chiacchierata con me se la fa Sofia, coi suoi occhiali di osso, che leva e rimette in modo ossessivo-compulsivo. Non lo so bene cosa le dico, vado a braccio, appunto, e mi arrabbio molto. Le X su Pazienza e Dolcezza, dicevamo prima, non hanno portato grandi risultati.

 

Tutto quello in cui credo

6 Apr

 

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On air – Frosinone – Calcutta

Ognuno crede in qualcosa.
E’ la regola universale con la quale giustifico il mio credere nei fiori di Bach.
E in più, credo nel pizzico di sale nell’impasto della torta, nella Buonanotte che fa dormire meglio, credo nella Via Mediana di Siddartha, nella non triste, non lieta, equilibrata, saggia e perfetta purezza.
Credo che la dolcezza faccia grandi cose, e credo anche che sarebbe il caso di tirarla fuori ogni tanto, non solo durante le eclissi di luna e non solo quando passano inaspettatamente Maledetta Primavera per radio e quel momento di stasi in mezzo al traffico si trasforma in un romantico spaccato pseudo-trash.
Credo nelle pulsioni, negli istinti, nel sesto senso, nelle strane sensazioni.
Nei baci.
In quelle cose, insomma, in cui tutti dicono di credere perché oramai sono diventati degli standards blasonati di cui riempirsi la bocca, ma nelle quali nessuno crede veramente.
Dubitare non è avvincente, non è fico, e io non sono fica se dubito. Io sono fica se ci credo e se poi me la prendo in culo, perché significa che mi ha retto. E il gioco di parole è solo colpa della mia romanità e del fatto che più passa il tempo e più mi tramuto in un centurione deitalianizzato.
Ordinare la cena su Justeat è credere che si scoperà un sacco di più stasera. Si comincia dalle piccole cose.

Ricordati di me

15 Feb

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On air – Wild World – Cat Stevens

I muri rimbombano e le scarpe scivolano.
Non mi accorgo di nulla, non mi curo di nulla, un tempo mi guardavo intorno molto più spesso, e invece adesso vado in giro con un’aria svagata. Eppure loro si accorgono di me.
Ci si saluta come se ci si fosse salutati l’altro ieri, ché è così che funziona quando rivedi qualcuno di familiare, non importa il tempo che è passato.
Fa caldo. E solo quando iniziamo a parlare mi rendo conto che le gambe mi tremano un po’ come se invece facesse freddissimo, lì dentro. E’ che i ricordi, me lo ricordavo, io non li reggo. Non li ho mai retti. E per due giorni di fila, poi.
Il primo giorno è stato quello in cui mi sono resa conto di avere un messaggio non letto. Un messaggio ricevuto un anno prima, tanto per restare in tema di aria svagata, tanto per segnare una linea temporale dell’inizio di questa mia distrazione perpetua. Lo leggo e mi cominciano a tremare le tette, ché il cuore innervosito e pure un po’ stizzito ha fatto un casino, lì sotto. Manco fosse stato il messaggio di un uomo, poi. Nessuna lettera d’amore struggente lasciata lì ad ingiallire come un messaggio in bottiglia rinvenuto dopo tempo indefinito. Nessuna fantastica rivelazione da raccontare immediatamente alle amiche radunandole in plenaria.
No.
Era il messaggio di una zoccola. E mi dispiace, mi dispiace davvero tanto dire tutte queste parolacce porcaputtana, è il mese dei fioretti, questo. Non mi compro niente (ché ho saldato l’abbonamento in palestra e l’ho vissuto malemalemale) e non parlo come una zotica. Per 30 giorni. Si può fare, cazzo. Ma, diamine, una zoccola che ti scrive un sacco di parole che tu leggi dopo tanto tempo a causa della tua sbadataggine da bambina dell’asilo che inciampa nelle sue stesse scarpe, non capita tutti i giorni. E come può questo non lasciar trasudare tutta la tua vena più ruvida?
E insomma poi, il giorno dopo, incontro loro. Amici di una vita fa che mi ricordano la vita fa, e non me la fanno rimpiangere nemmeno un po’, ma me la fanno ricordare, tutta. Loro, che hanno le stesse facce di quando mi reggevano i capelli mentre vomitavo con la testa fuori dalla tenda del campeggio, e la zip ancora chiusa per metà che mi premeva sulla nuca. Hanno le stesse facce di quando il Capodanno era a casa di Stefano, proprio come l’anno prima, e io dovevo portare il salame di cioccolato. Hanno le stesse facce di quando l’inaugurazione di casa mia diventa un festino a base di birra e salatini bordeaux tremendi, e siamo talmente tanti che sono costretta ad inzeppare persone in balcone, pregandoli di non buttarsi di sotto. Hanno le stesse facce mute. Di chi ti conosce bene e non ti chiede granché. E allora tanto vale lasciare le cose come stanno e andarsene subito, ché forse un minuto di più comporterebbe un amarcord ancora più vorticoso, non richiesto e non tollerato.
Insomma, sbucano cose dal passato, ma l’unica cosa di cui mi curo, se devo proprio esser sincera, è che non mi sbuchino i brufoli, le rughe di espressione e le macchie da fumo sui denti. Per il resto facessero un po’ come cazzo gli pare. Io dico qualche parolaccia e torno al mio fioretto. Così a fine mese vinco una sachertorte mignon da 15 euro e me la mangio da sola, con le mani, e alla faccia di chi, coi ricordi, è soccombente.

Camion

29 Dic

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On air – Love me – Joe Victor

Non c’è fine anno che mi appartenga. Quando mi ritrovo dentro questi giorni qui trovo solo carne a pezzi, idee stropicciate, capelli spezzati.
Quest’anno ho avuto paura, e il bello è proprio poterlo raccontare, quasi fossi reduce da un’impresa spericolata. Perché alla fine un po’ lo è stata.
Quest’anno ho avuto paura e io allora l’ho incappucciata, l’ho fatta smettere di urlare e l’ho soffocata. Ma prima c’ho dovuto pensare un attimo.
“Che cazzo sto a fa’?” – mi sono detta a un certo punto. Ed è stata quella la chiave di volta. Rendersi conto di non essere un’eroina tragica con un vestito pomposo addosso e i capelli cotonati, ma essere una cretina con un paio di Converse ai piedi e un maglione bianco e nero un po’ infeltrito che sta fumando una sigaretta da sola, di notte, su una panchina fuori il portone, meditando di scappare. E invece sono rientrata, abbagliata da quell’immagine desolante che non sentivo mia. Ché è una storia che si ripete. Quando tocco il lato più umano, più fragile, più impalpabile di me, divento un Camion. O un Camyon (cit.). E questo camion mi salva la vita ogni volta, mi carica e mi dice Che cazzo stai a fa’?
Quindi va bene così, va bene avere avuto un po’ di paura. O averne avuta tanta. O averne avuta e basta.
E non c’è fine anno in cui mi senta carica. Mi spalmo su letti, coperte e tappeti con la stessa resistenza di un sacco di farina. Mi sono venuti due brufoli e sostengo già da oltre un mese di essere a un passo dall’acne. Questo mettere insieme i pezzi, tirare le somme, mi addolora. E poi, sto facendo un faticosissimo esperimento circa l’uso della sincerità sempre e comunque e mi rendo conto di aver concluso l’anno con una divertentissima-solo-per-me spocchia indelicata. E’ una faticaccia, ché oltre a combattere con l’acne devo pure combattere coi musi lunghi e scandalizzati di quelli a cui ho detto la verità. E’ che a volte scegliamo di dire piccole bugie per proteggere gli altri. A volte, quindi, scegliamo per gli altri. E sarà forse che io sono un po’ testa di cazzo, di quelle che si alzano in piedi sul tavolo e si sbracciano pur di dire la loro, ma proprio non posso tollerare che qualcuno scelga al posto mio. E quindi mo’ mi son messa in testa di applicare questa cazzo di etica della reciprocità. Mica tanto facile, all’atto pratico. E’ roba da possenti facce da culo a volte, da persone disposte a rischiare, e soprattutto chiama anche tutta una serie di sfaccettature becere, tipo la vendetta. E’ un meccanismo strano, e spesso gira male, ci si fa qualche nemico, ma secondo me a lungo andare funziona. Inizio ad apprezzare frasi come “Ma sticazzi!” oppure “Hai rotto i coglioni”. Le apprezzo, di cuore. Ché mi ricordano il Camion, e il Camion porta grande aiuto e buoni consigli.

Vòlli, e vòlli sèmpre, e fortissimaménte vòlli

30 Nov

29

On air – Remedios – Gabriella Ferri

Ti chiedono perché lo fai e la risposta è sempre la stessa: perché lo voglio. Perché ti impegni così tanto, perché ti occupi 23,5 ore in una giornata stringata di 24, perché non dormi un po’ di più?
“Perché non te ne vai a letto? Perché non ti riposi?” mi dice sempre Lui, quando mi vede sfranta e con la voce piatta di chi per sopravvivere sveglia ha messo il pilota automatico. Più di una volta credo di aver risposto “Se è per scopare, allora ok”, e alla fine a lui è andato bene lo stesso.
Non mi piacciono le cose impalpabili, i sogni e le elucubrazioni. Ne faccio a bizzeffe, perché sono femmina e sono stupida e mi metto sempre il mascara, ma non mi piacciono. Sono evanescenti, come il pudore di Blondie negli ultimi tempi. Mi piace fare, e come ogni annata di merda che si rispetti, strafaccio.
“Perdonami” – dico ad Angie durante una delle nostre ormai rare conversazioni – “Non ti sto ascoltando. Sono davvero sfinita. Esausta. Esaurita. Finita. Ma solo per adesso. Ogni sera è così, poi mi riprendo”
“Capisco” – risponde lei – “Cura ormonale già da cinque giorni, vorrei solo piangere”
“E piangi, drena”
“Drena”
Lei mi sgrida. In qualche modo di quelli suoi, schietti ma con riserva, mi fa capire che se do queste risposte a cazzo e con quel fare così serio e risoluto vuol dire che sono esaurita. Io mi sento quindi in dovere di  giustificarmi e di aggiungere un “Domattina andrà meglio. Te lo prometto”.
Perché i buoni propositi, da queste parti, iniziano il 30 Novembre. C’è dell’esaurita proattività anche in questo, e mioddio che paura. E’ davvero solo l’ultimo giorno del mio mese, quello che mi dispiace sempre un po’ salutare ma che mi sputa dentro Dicembre spezzettata e scheggiata, con tutti i frammenti dell’anno addosso. E passo il Natale a levarmi le spine. Così le uso come pedine per la tombola. Trovo che l’essere dissacrante sia essenziale per la mia sopravvivenza. Ma forse questo ragionamento è un ennesimo volo pindarico.
Domattina torno. Giuro.

 

La felicità è una pistola calda (The Beatles)

2 Ott

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On air – Chan Chan – Buena Vista Social Club

Sette soli giorni di privazione dalla pillola anticoncezionale e in giro vedo solo pance, rigonfiamenti, bambini inclinati a 45 gradi verso l’asfalto che strattonano le madri solo perché vogliono andare “là”, madri rigide e perpendicolari al pavimento che strattonano bambini mollicci solo perché vogliono che restino “lì”. Ho le allucinazioni, e mi convinco che ben presto diventerò allergica anche al lattice e allora non scoperò più, mai più, e la mia vita diventerà un vortice di depressione in cui verrà risucchiata una me triste e inappetente, con le labbra screpolate e i maglioni vecchi, con i pallini.
Sette soli giorni di privazione dalla pillola e già penso a cosa davvero succederà al mio corpo e alla mia testa.
Un amico dice di aver letto in una rivista per donne che la pillola riesce ad influenzare i gusti femminili per l’altro sesso. Ne sono rimasta sconvolta. Sconvolta non solo del fatto che un uomo legga una rivista femminile – pensandoci, nell’impossibilità di comprendere la mente delle donne, l’uomo si affida alle riviste esplicative – ma anche dalla possibile veridicità di tale mutamento dei gusti.
“Questo significa che nel giro di tre mesi mi accanni?” – mi chiede Lui.
Accannare. Forse in italiano si direbbe Dipartire, ma non ne sono più molto certa. Ho perso la certezza di molte cose ultimamente, sono piena di domande irrisolte e, quindi, non so rispondere nemmeno alla sua. Tuttavia, credo che la felicità tra un uomo e una donna sia diventata qualcosa di così piccolo che mi riesce proprio difficile pensare che io, proprio io, possa lasciare sfuggire via la mia per uno stupido sbalzo ormonale. Voglio dire, sono sopravvissuta agli anni del liceo e ai plum cake “divertenti”, sono sopravvissuta agli anni in cui tutte le radio suonavano Gigi D’Alessio, sono sopravvissuta alle vacanze in campeggio con un solo fornello in 18, ai tagli delle paghette e alle allergie più sfigate. Direi che il problema non si pone proprio.
La felicità tra due persone è qualcosa di piccolo, ma piccolo davvero. E’ una Tic Tac felice in un pacchetto di Tic Tac di merda. Abbiamo delle vite talmente complicate e facciamo dei pensieri talmente arzigogolati che pochissime cose ormai risultano facili e pochissime cose ormai diventano grandi. E quando succede ci prende pure male, perché ci sentiamo piccoli fiammiferai incompresi.
Io sono felice se, tornando a casa una sera d’autunno, rompo i miei programmi e le mie tabelle di marcia perché vedo un bistrot carino e improvviso mezzora di aperitivo con Lui, pure se ho freddo e sono vestita troppo leggera, pure se ho lasciato la macchina in doppia fila. Lo trovo meraviglioso. Ma è difficile da spiegare agli altri e ancor più difficile farglielo credere. In fondo, come dicevo, nessuno crede più a un cazzo. Non crediamo più all’INCI dello shampo, figuriamoci se riusciamo a credere che si possa esser felici nel modo più istintivo e sempliceIl mio continuo relazionarmi con questo mondo di nonfelici e di contorsionisti mi stressa. E’ come una goccia cinese. Dopo un po’ non so gestire la cosa. Mi incazzo a bestia. Se prima apprezzavo le cose piccole, adesso, mossa da slanci di insofferenza verso il mondo pensieroso e accartocciato, inizio a mostrare estremo entusiasmo anche nei confronti di quelle piccolissime.
Carletto è totalmente in confusione mentre parliamo di queste cose davanti a una birra. Io ho le mani nei capelli e continuo a scapigliarmi, e non riesce a fregarmene un cazzo che sono uscita da poche ore dal parrucchiere. Dico cose tipo “Sono stressata per osmosi” e più parlo più incito me stessa a stare zitta. Lui si gratta la barba, si leva la cravatta, mi mette una mano in testa e mi chiede, per cortesia, di stare ferma. Ha passato l’ultima seduta dalla psicoterapista a chiederle un consiglio da darmi.
“Mi devi 120 euro, tra l’altro”
La mia attenzione è tutta sua. Mai nessuno aveva preso tanto sul serio una mia richiesta di consigli. Evidentemente lui ha capito che, se sono arrivata al punto di scapigliarmi così tanto, la cosa è seria.
Mi tira giù le maniche, mi blocca le mani sul tavolo e mi leva il cellulare. Non ce n’era bisogno, ero già concentrata da prima che mi obbligasse ad ascoltarlo, ma solo chi mi conosce da oltre un decennio sa che con me ci vogliono modi incisivi e decisi anche solo per parlare del meteo di domani.
Poi, mi porta fuori, sotto la pioggia. Una ragazza sta litigando al cellulare con il suo ragazzo, riparata sotto un portone. Carletto mi spinge il più possibile vicino a lei e mi fa sentire un po’ dei suoi discorsi. Della sua privacy non ce ne frega davvero un cazzo, in fondo è lei che ha deciso di litigare sotto al portone e non dentro. Mi basta ascoltarla un minuto.
“E’ davvero patetica tutta questa complicazione vista dall’esterno. Queste vite complicate. Questa ragazza è patetica. Magari è lui che l’ha portata a questo punto, ma non dovrebbe davvero dire quello che sta dicendo. E’ patetica” – dico io.
“A posto. Andiamo a casa. Vedo che hai capito”

Massoneria e rutti

8 Set

2203

On air – 99 Red Balloons – Nena

Non sono mai stata sorella muratrice, né compagna d’arte, né sorella massone. Né ho mai avuto tutta questa memoria storica in grado di ricordarmi tutti e tre i gradi della Massoneria, lo ammetto. Ma Google è mio amico. Google è aperto. Google, se gli parli, ti risponde. Se non gli parli, ti da una pacca sulla spalla, un suggerimento. Google vuole fare amicizia, vuole uno scambio. E’ socievole e non massone.
Quando ho aperto gli occhi sul piccolo mondo massonico in cui sono incappata ho tirato un sospiro di sollievo. Perché come spesso accade, per renderci conto di quello che siamo dobbiamo inciampare in quello che non siamo, metterci un po’ a confronto. Sei davvero così bravo? Sfidiamoci! Sei davvero così veloce? Corri con me e vediamo chi arriva primo! Prima di allora sarai solo un maledetto chiacchierone. Servono i fatti. Serve imbattersi per caso nei massoni per poter dire Sì, cazzo, l’ultima comunella l’ho fatta in secondo liceo con Carletto, evvai.
Quando mi rendo conto che le sorelle muratrici stanno davvero facendo un cerchio col gesso intorno a loro sputando contro gli avventori delle loro distanze di sicurezza ho voglia, tanta voglia, di fare un rutto.
Un rutto di quelli che non ho mai fatto a Lui. Non perché io sia così bon-ton come qualche coglione intortato dai miei capelli ancora pensa, ma perché, cazzo, voglio avere ancora del tempo prima di mandare affanculo davanti a Lui il mio semplicissimo sex appeal di donna. Gravidanze. Cure cortisoniche. Rush cutanei. Tagli mal riusciti dal parrucchiere. Scioperi di cerette. Non di certo lo consentirò ad un mediocre sorso di Coca Cola.
Comunque. Il rutto. Lo farei volentieri, per svegliare e rinvigorire il piccolo ottuso mondo massonico. Ottuso da obtundere eh, che sta per indebolire. Ché anche qui il latino studiato a scuola l’ho tendenzialmente vomitato la sera della sbornia post-maturità, ma c’è sempre Google che mi rinfresca, che mi fa gli shampi migliori.
Un rutto che ritempri i massoni, come suona bene! Che li stordisca per un attimo prima di ravvederli.
Mi da sollievo pensare che io ed i miei amici non saremo mai dei piccoli circoli chiusi alla Jonathan Coe. Mi conforta il potermi comportare come meglio credo, senza dovermi necessariamente omologare alla banda volente o nolente, manco fossi un prosciutto col marchio a fuoco.
Ché poi, non confondiamoci, il cameratismo maschile è altra cosa. Quello è generalmente ampio, allargato. E’ un po’ Google.
Sono le donne le vere sorelle muratrici incappucciate e col grembiulone. D’altronde sono dei trucchetti infallibili contro i chili di troppo e la faccia da cazzo. Sta scritto su Glamour.

I film della domenica pomeriggio

25 Lug

1546

On air – Matilda – Alt-J

Stavo ballando, con i miei bikers polverosi di terra, la mia collana vintage, ché ormai tutto è vintage, e un braccio sgocciolante birra. Perché Becky è sempre stata molto maldestra e ancora deve capire bene la differenza tra ballare e pogare, soprattutto vicino a bicchieri pieni.
Stavo ballando, e ad un certo punto i riflettori hanno illuminato la sua faccia, poco più di un metro davanti a me. Sono in un cazzo di film della domenica pomeriggio, ho pensato. Una di quelle commedie con la trama un po’ banale, in cui tutto succede un quarto d’ora dopo che l’hai pensato.
I riflettori illuminano la faccia di Diego, e io penso, all’istante, sinceramente, con tutta la mia pancia e tutto il mio sentimento, che porcaputtanaèpropriobrutto. Ha gli occhi simpatici, che ridono, ok, ma quelli ce li hanno pure certi tipi di cane, o i criceti.
Scambiamo tre parole, forse due, forse meno, perché a me viene da ridere, sono allibita e penso che in questi ultimi due anni io mi sia scissa in due, o trasformata completamente, altrimenti non si spiega. Poi torno dai miei amici, che si impegnano a far finta di niente. Becky continua a buttarmi birra addosso, Carletto mi abbraccia entusiasta per la serata strafichissima che sta passando. Chissà da quanto tempo non andava a ballare. Chissà da quanto tempo sperava di rivedermi coperta di terra e di birra esattamente come mi ha conosciuta. Eppure la mia testa è per un attimo fulminata e mi chiedo, e gli chiedo, a nessuno ed indistintamente a tutti, come cazzo ho fatto. Come ho fatto?
Parte una riflessione di circa diciotto/venti minuti nella mia testa, che ogni tanto salta fuori anche nei giorni seguenti, visto che non è giunta ad una conclusione adeguatamente soddisfacente.
Come si fa a cambiare così tanto gusti, desideri, pulsioni?
Come si fa a prendersi una sbandata pluriennale per uno con la voce di Paperinik, i capelli lavati col Perlana e l’imponente palo nel culo?
Non fa ridere.
Non fa ridere neanche me. Non riesco proprio a riderci sopra.
Il mio solito sconsiderato tatto, e la mia solita scellerata sincerità, fanno sì che accenni il discorso anche a Lui, che mi guarda divertito e fa spallucce. Anche a Lui è capitato, in fondo. Anche Lui ha avuto la ex Psicopatica con la testa ruotabile di 360° e la ex Sei Gennaio coi denti posizionati come dadi lanciati durante un’infuocata partita di Yahtzee, quindi forse un confronto con chi c’è passato potrebbe chiarirmi meglio le idee. Ma nessuno ha risposte quando si tratta di scavare nelle viscere del proprio passato sentimentale, e io onestamente ho paura a trovare le mie, ché magari ne esce fuori una qualche forma di perversione, e sono certa che potrei impazzire tutt’a un tratto se la scoprissi.
Lui sostiene che tendiamo a mantenere un filo conduttore con quella che è stata la nostra prima esperienza. Il tuo primo ragazzo era biondo con gli occhi azzurri, androgino e un po’ stronzo? Perfetto. Passerai la vita esattamente come io ho passato la mia, a cercare il Principe Azzurrostronzo con la vena sottilmente androgina di Ewan McGregor in Velvet Goldmine, e proverai un senso di strana repellenza nei confronti di tutti gli altri.
Seguendo la linea di pensiero di Lui, che non fa una piega, mi rendo conto che su di me è andata esattamente così. E forse per questo motivo posso essermi fatta fuorviare da qualche prototipo mal riuscito.
“Oppure è sola una conferma del fatto che tu sia innamorata di Lui” – mi dice S., la donna che da grande doveva fare la psicoterapeuta e che trova sempre la risposta più semplice a tutti i miei più fecondi e fantasiosi quesiti – “ed anche gli uomini del passato per cui hai perso la testa adesso ti sembrano mostri leggendari”
“Tipo il Chupacabra o l’Ogopogo?” – rispondo io.
“Eh, tipo”
Anche la sua teoria, a dirla tutta, non fa una piega. E seguendone i dettami anche io potrei essere il Chupacabra di qualcun altro, di qualche ex che mi rivede dopo anni e resta traumato, e questo pensiero, per non si sa quale ragione degenere, mi fa sentire figa. Non dovrebbe esser così, giusto? E invece è così. Possiamo non interrogarci almeno su questo?
E poi arriva Sofia, vestita da Janis Chaplin:
“Sì vabbè Tesò, ma che cazzo te ne frega, Tesò?”
Effettivamente non me ne frega un cazzo, è vero, ero solo rimasta molto colpita da me stessa, dall’evoluzione papabile degli ultimi due anni, dalle vite da gatto che ho vissuto e poi ricominciato, e di quanto ne ritenga, qualcuna, inspiegabile. Ma di tutto questo non gliene frega un cazzo nemmeno a Sofia, e vuole solo raccontarmi della sua ultima vita da gatto, del suo ultimo uomodellavita che se tutto va bene frequenterà per più di sei mesi. Io lo spero tanto cazzo. Spero in un preludio che porti nuova musica anche per lei. “Anche”, sì, perché a me è già successo, altrimenti non sarei mai stata in grado di stupirmi dei Chupacabra e degli Ogopogo. E quindi spero che un giorno questa musica andrà avanti anche per Sofia Chaplin, e che incontrerà per caso, mentre beve una birra, un uomodelpassato. Così potrà venire da me, ridendo, ricordandosi con gli occhi gonfi di divertimento e stupore di bambina la sua ultima, breve, vita da gatto.
E mi chiederà di aiutarla a capire.
E io le risponderò come lei.
“Tesò. Ma che cazzo te ne frega, Tesò?”

Liberi tutti

2 Lug

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On air – L’uomo del secolo – Baustelle

Ma quanto si stava bene quando ci si mandava a fanculo liberamente? Quando si litigava e non si faceva pace, mai.
Non era proprio contemplata la pace. Si litigava e vaffanculo. Ogni amicizia, ogni rapporto, ogni cosa era scritta con la penna replay, quella che si cancellava e via.
Adesso no, adesso è tutto più complicato, nel mondo dei grandi. Filtriamo i pensieri, le sensazioni, i discorsi. Viviamo in un colino da thé. Che belli che siamo.
Siamo tutti più carini, ragionevoli e posati.
Riflessivi.
Ci proponiamo di mantenere rapporti freddi e distaccati con chi ci ha fatto uno sgarbo. Ci riempiamo la bocca di cose tipo quieto vivere. Scialla.
Io, dall’alto del mio colino da thé strabordante di riluttanza, dico sempre che ci provo. Sarò la Regina delle Nevi. Sarò la fautrice del quieto vivere. E poi, alla fine della fiera, sono invece soltanto quella sincera che ti manda a fanculo. Che ti dice quello che pensa quando meno te lo aspetti. Che fa un casino per le piccole cose, ed effettivamente manco quello te lo aspetti. Perché sono importanti le piccole cose, cazzo. Io mi batterò per le piccole cose, perché sono quelle che reggono le grandi, lo sappiamo tutti no? E’ lo stesso principio che regge quelle espressioni del cazzo tipo “E’ bello ma non balla”. Se sei bello (grande cosa) e non balli (piccola cosa), vaffanculo.
Anche io leggevo Topolino, anzi, a dirla tutta leggevo Minnie & Company, un fumetto nel quale ero azionista di maggioranza all’età di sette anni. In quel mondo lì era tutto smussato, colorato ed erano tutti falsi amici, pure se Gastone era uno stronzo spocchioso, pure se Brigitta McBridge era mezza depressa e incassava una delusione d’amore dopo l’altra. Ecco, io ho smesso di comprare quel fumetto quando, su per giù verso i nove anni, ho capito che non volevo sorridere a denti stretti ad amici stronzi e spocchiosi e non volevo egocentriche amiche depresse monopolizzatrici e assetate di cazzo. Certo, magari a nove anni assetate di cazzo proprio no, ma insomma il senso è chiaro.
Vorrei un mondo fatto di sinceri, onesti e sentiti vaffanculo. Non tutte queste smancerie che utilizziamo per ritardare la rissa, o per auto-frustrarci.
Vorrei essere una concorrente di Miss Universo per poterlo dire alle telecamere, arrampicata su tacchi altissimi e con un body superstretch: “Ciao. Sono Milla. Vorrei un mondo in cui la gente si sentisse più libera di mandarsi affanculo”.

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