I termosifoni, le femmine, l’apartheid e Mario Mieli

7 apr

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On air - Love you till Tuesday - David Bowie

Certe donne hanno la femminilità di un termosifone.
Ma dopotutto, io, la mia femminilità, l’ho scoperta proprio in compagnia di un termosifone, appoggiandoci la schiena contro quando, accovacciata per terra e ben lontana da occhi indiscreti, tentavo di mettermi il rossetto porpora di mia madre non oltre la linea del mento.
I termosifoni, dunque, aiutano a questo, incoraggiano le piccole donne a crescere e danno sollievo a quelle già cresciute. Perché è sempre egoisticamente appagante incontrare donne-termosifone. Ti fanno capire, già pochi minuti dopo avergli stretto la mano, che essere femminile, in realtà, è un cazzo di privilegio. Un privilegio che va oltre l’estetica, oltre i trucchi, oltre i tacchi, oltre i capelli. Un privilegio che ti porti dietro anche di notte, quando, scapigliata, con la maglietta al contrario e il mascara colato, cerchi a tastoni la porta del bagno, perché ti stai davvero per pisciare sotto.
La femminilità non si acquista ab origine, non esiste l’equazione patata = femminilità. Chi è gay lo sa.
E poi, c’è anche la corrente sovversiva delle donne-termosifone, quelle che iononsonofemminileemenesbatto. Ecco, loro partono dalla consapevolezza di essere termosifoni, il che è già una gran cosa qualora volessero intraprendere un percorso terapeutico volto al superamento della loro termosifonità. Partendo da questa consapevolezza vanno dritte allo step successivo: fottersene. Pertanto esasperano i loro atteggiamenti da portuale alcolizzato ed orgogliosamente parlano mostrando impareggiabile cultura di vocaboli splatter che, solitamente, l’uomo medio abbandona alla fine della terza media.
Termosifoni.
Io sono schieratissima nel sostenimento dei loro diritti in particolare in un’occasione: quando ruttano. E’ lì che si manifesta il pubblico e vigliacco razzismo nei loro confronti, di fronte ad un loro, oltraggiosissimo, rutto. Perché la reazione più diffusa, generalizzata e mai troppo mascherata, è quella di disgusto e biasimo. E allora mi chiedo: perché una donna-termosifone dovrebbe far tanto schifo quando rutta e, invece, una donna-femminile, nei suoi rari eccessi di euforia ruttense dovrebbe far scompisciare tutti dalle risate? Non è giusto cazzo. Anche le termosifone meritano un sorriso. Questo loro confinamento nell’ambito della inapprezzabilità è né più né meno che apartheid.
Ma comunque, ci chiedevamo, io e la mia ex collega Pip, in una chiacchierata telefonica revival di quelle lunghissime sanguina-orecchio, chi siamo noi? Chi siamo noi che parliamo così bene l’italiano, che ci sediamo composte, che sorridiamo languide e che, soprattutto, siamo libere di ruttare ogni tanto andando incontro alla sola ilarità generale? Siamo davvero così femmine o ci perdiamo solo in stupidi clichés? Perché io, giuro, quando Tom era in town, ho sempre pensato che lui fosse di gran lunga più femminile di me, di Pip, di Sofia e di tutte le altre sospiratrici col rossetto rosso messe insieme. Eppure lui indossava pantaloni sdrumati e aveva sempre i capelli spettinati. E i peli. Tanti peli.
Se un termosifone, quindi, è così facile da riconoscere, come cazzo si fa a riconoscere una vera femmina?
Io davvero non lo so, e se tutto potesse esser ridotto ad apparenza, compostezza, ricercatezza, profumi e colori allora io sarei fottuta già dall’età di sei anni. Perché dopo le brevi parentesi del rossetto di mia madre, seduta per terra mentre mi si incendiavano le spalle sul termosifone della mia cameretta, io sono passata di volata ai Cavalieri dello Zodiaco. Agli anfibi di pelle nera. Alle barzellette zozze. Alle felpe col cappuccio. Alle pistole ad acqua e ai gavettoni.
Chi sono le femmine? Come ci riconosciamo davvero?
Nell’universo eterosessuale-fallocentrico, la femminilità si riduce per il maschio a mera aureola di santità attorno al bruto potere del fallo, diceva Mario Mieli, e poi, aggiungeva pure Meno male che ci stanno i froci che hanno un po’ di fantasia. E i termosifoni, aggiungerei io. Ché in fondo tutte abbiamo bisogno di qualcuno con cui confrontarci, e di buttarla un po’ in caciara. Ché se fossimo tutte femmine o tutte termosifoni sai che palle e sai che guerre civili. A noi piace diversificarci, simpatizzare, sentirci femminissime davanti ad una donna-termosifone in tacchi che urla in pubblico, ci gesticola in faccia e, ad intervalli, si gratta il sedere, e camioniste mentre ruttiamo sedute composte, con le ciglie lunghe, lo sguardo angelico e la gonna stirata. Senza nessuna forma di razzismo e con tanta fantasia. Come piaceva a Mieli. E al frocio del Red, quando cercava di infilarmi la sua lingua in bocca perché voleva provare a baciare una femmina,  e quel gran termosifone di Becky gli urlava “Ficcagliela tutta dentro cazzo!”.

Luccicare

5 apr

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On air - Gul - Sezen Aksu & Goran Bregovic

Scivolargli un po’ addosso. Pelle contro pelle. Luccicante.
Mentre fuori non piove più, e dentro di me, per un istante, diluvia.

“Ti perdi a guardare la superficie luccicare. Ma non è mare” – mi ha detto qualcuno una volta – “Non saprai mai com’è, il mare, se non ti chiudi il naso, ti immergi, e vai giù”.

 

Quarantanove secondi

27 mar

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On air - Jubel - Klingande

“Quarantanove secondi” – mi dice il signore in ascensore, senza nemmeno guardarmi.
“Scusi?”
“Quarantanove secondi. Ci mette quarantanove secondi l’ascensore ad arrivare all’ultimo piano”
“Li ha contati?” – gli chiedo. Che cazzo di domande, certo che li ha contati! Le domande retoriche fanno sentire idioti, intossicano il cervello e l’autostima, dovrei appuntarmelo su un post-it, o sul polsino della camicetta. Non si fanno. Nemmeno al vecchietto che conta i secondi in ascensore.
“Sono quarantanove”
E io non lo metto di certo in dubbio che sono quarantanoveinquietantisecondi, anzi. Solo che non so proprio che rispondergli. In fondo non siamo troppo diversi, io e il signore contasecondi: entrambi facciamo caso a dettagli del cazzo. L’incarto perfetto del cioccolatino che ho mangiato dopo pranzo. La musica che trapelava dalle cuffie del ragazzo seduto accanto a me stamattina in autobus, i Virginiana Miller. Il rossetto violaceo sbafato della donna delle pulizie. Quel tono stupido che ho io quando rispondo al telefono. La punta consumata degli stivali di Iris.
Ci mette quarantanove secondi l’ascensore ad arrivare dal piano terra all’ultimo piano, e questa è perlomeno una indubitabile certezza.
“Una cazzo di certezza, Iris!” – le urlo in faccia, mentre le tiro una patatina.
“Io sono certa solo di me stessa” – risponde lei – “E di questa patatina” – aggiunge prendendola al volo e infilandosela in bocca.
“Non ti fidi nemmeno di Fil?” – le chiedo un po’ stupita.
“No”
“Io mi fido di Fil” – rispondo. E sono sincera mentre lo dico, ma non so perché lo dico. Non mi piaceva per niente Fil all’inizio, troppi sorrisi, voce troppa alta, troppi ricordi di lui che si aggirava per i corridoi del mio liceo con quell’aria da cazzone. Poi l’ho guardato e ascoltato bene, e m’è piaciuto Fil, e ho capito che Iris stava in buone mani.
“E di Lui ti fidi?”
“Sì Iris, ti ho appena detto che mi fido di Fil”
“Non parlavo di Fil”
E se il signore dell’ascensore ha la certezza dei suoi quarantanovesecondi io ho la certezza che a certe domande, io, non devo rispondere. Ché se lo faccio risulto ancora più spocchiosa di Iris quando dice “Io sono certa solo di me stessa, e di questa patatina” e mi vado a impelagare in discorsi presuntuosi e vanagloriosi. Perché sono così convinta, così certa dei miei istinti più acuti che smontarli sarebbe un’impresa così epica e cavalleresca che un perditempo qualunque potrebbe scriverci un romanzo per coglionarmi. Perché noi non ci fidiamo mai realmente degli altri, noi ci fidiamo dei nostri istinti violenti; e se un istinto violento ci dice Fidati, noi ci fidiamo, perché ci fidiamo di noi stessi.
E l’ho spiegato a Iris, che ha annuito tutto il tempo con gli occhi all’ingiù, carichi di tutta la solidarietà del mondo. Perché anche lei lo sa che non c’è niente di figo in tutta questa faccenda, in tutto questo gioco di schermi e di specchi. Ché a volte, a fianco dei propri istinti violenti ci sono anche bisogni violenti, di conferme. E chi ha la testa dura e montata al contrario, come me, come Iris, le conferme non le chiede, perché chiederle sarebbe come ascoltare la risposta ovvia a una domanda retorica. Chi ha la testa dura e montata al contrario, le conferme non le provoca, perché è orgogliosa. Chi ha la testa dura, montata male, e per giunta ha perso il libretto di istruzioni lasciandolo sul tavolo di qualche pub, vorrebbe essere come il signore dell’ascensore, e lasciarsi coccolare dalla serenità e dalla consapevolezza delle cose più semplici.
Chi si fida dei propri istinti più violenti ha la testa dura. Chi ha anche dei bisogni violenti, è umano.
Io credo di avercele un po’ tutte. E mi fido di Lui. Al di là della mia presunzione, dei miei schermi, del mio orgoglio, dei miei bisogni violenti, dei miei istinti irresistibili, della mia testa montata male, e delle conferme mai chieste.

Ti prendo in parola. Chiamami solo Amore e avrò un nuovo battesimo. Non mi chiamo più Romeo. (William Shakespeare)

16 mar

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On air - Man in the mirror - Micheal Jackson

“Romeo + Juliet” di Baz Luhrmann, è un film di merda.
Eppure, quel Leonardo di Caprio lì, appena ventiduenne, era quanto di meglio una undicenne dell’epoca potesse sognare. Non al punto di spararsi in testa per lui come invece ha fatto la superalternativa Juliet nel finale del film, ma certamente al punto di affiancare, e poi rimpiazzare, con una sua gigantografia il poster di Valentino Rossi con i capelli blu elettrico.
Era l’epoca delle basse pretese. L’epoca in cui bastava incrociare lo sguardo giusto per lasciar cadere nel vuoto miliardi di ulteriori dettagli. Nel mio caso, l’epoca in cui ho iniziato a far caso ai denti degli uomini e a convincermi che un bel sorriso era l’unico e solo requisito.
Poi, ci siamo raffinati, come le peggiori merendine industriali. Siamo diventati anche noi prodotti di fabbrica, attenti a dettagli che all’epoca ritenevamo impensabili.
La musica che ascolta. Perché non sarebbe tollerabile non condividere mai con lo stesso entusiasmo un concerto insieme, non cantare mai a squarciagola contro un palco stando attenti a non far cadere la birra nei bicchieri di plastica. E non sarebbe nemmeno tollerabile entrare nella sua macchina e dover sopportare, che so’, Gigi D’Alessio, o Marco Masini. Io non ce la farei. Io mi deprimerei e scapperei, non prima di avergli detto, con gli occhi pieni di lacrime e una punta di razzismo: “Tu non puoi non amare l’indie rock!“.
La tirchiaggine. Perché sebbene io non creda alla stronzata del “un uomo tirchio è un uomo povero di sentimenti”, resto fermamente convinta che un uomo tirchio è un uomo che non ha davvero capito un cazzo. L’emancipazione femminile è un alibi becero. Nessuna donna ha mai dimostrato la sua emancipazione pagandosi la cena, e se così fosse, staremmo davvero alla frutta. I ruoli sono belli e vanno valorizzati. Io mi metto i tacchi, il rossetto e faccio un sacco di sorrisi. Tu mi corteggi. Punto.
Il look. Perché sono uscita – una sola volta ringraziandoiddio – con uno che si metteva i jeans a vita alta e aveva i capelli laccati alti quattro dita. Non ci siamo nemmeno sfiorati, ma sono certa che, se avessi ceduto, avrei scoperto che sotto quei Levi’s del dopoguerra aveva spessi calzettoni di spugna bianca. Un nostalgico di Beverly Hills 90210. Solo che era già il 2011, e lui non era Dylan McKay. E lì ho capito quanto davvero io mi stessi trasformando in una disgustosa vittima della globalizzazione. Non c’è alternatività che tenga. Ho tollerato che mi si associasse a gente che andava ai concerti New Wave in giacca e cravatta, e ho trovato la cosa anche piuttosto divertente e figa. Ma essere associata a Arthur Fonzarelli versione 2.0 no, non lo avrei mai sopportato.

“Cosa guardi come prima cosa in una donna?” – avevo chiesto un giorno ad un vecchio amico.
“L’aura” – mi aveva risposto. La sua passione per il vintage non lo aveva abbandonato nemmeno nel dare quelle risposte lì. L’aura. Ma che cazzo di stronzata.
“L’aura di un bel culo, o di un’elevata estrazione sociale” – avevo risposto io, passando in rassegna mentale tutte le sue ex.
L’aura, quella vera, è pelle, odore, sono poche domande e tante incredibili certezze. E’ l’aura, appunto. Quella che aveva Leonardo di Caprio quando dava la buonanotte a Claire Danes. Ma la potevi percepire solo se avevi undici anni. E allora mi chiedo, ci sono in giro dei nonpiùadolescenti con animo così puro da prestare attenzione soltanto all’aura? Perché in fondo, pensandoci bene, a me roderebbe anche un po’ il culo nel sapere che il mio uomo, di me, apprezzi solo l’aura. Non mi dispiace poi troppo se butta un occhio pure al modo in cui sono vestita, pettinata o se mi chiede di mostrargli il culo o le tette. E’ condivisione anche quella. Mica si condividono solo le belle canzoni, o i piatti di spaghetti alla Lilli e il Vagabondo.
Io non lo voglio un uomo che mi guarda solo l’aura. Mi imbarazzerebbe. Un’occhiata un po’ porca lo riporterebbe nel range della normalità e mi consentirebbe di tirare un sospiro di sollievo.
“Che cazzo ti guardi?” – gli direi.
E lui risponderebbe: “Ti guardo l’aura”.
Che paura mi farebbe.
Sono una fottuta figlia dei miei anni.

Smettere

13 mar

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On air - L’ultimo giorno dell’umanità - Alessandro Mannarino

Per la serie frasi cult, Angie direbbe, in tema di pettegolezzi e pianificazione di sofisticate tecniche per placarli, “Lo diranno comunque!”.
Sofia, nel parlare di uomini, ed in particolare di uomini stupidi da lei incontrati, citerebbe William James, che a sua volta sparerebbe la sua intramontabile “Molte persone credono di pensare, ma in realtà stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi”, che è un modo alternativo e molto classy per dire che ci sono un sacco di coglioni ottusi in giro.
Io direi “Si fottessero tutti!”, sempre, e applicato a raggiera a qualsiasi argomento possa suscitare seccature.
E Sissi direbbe, in tema parliamomalediCamilla, “Sei una rompicoglioni terribile!”.
Che poi, si può dire rompicoglioni terribile a una paziente? Non va contro il rigidissimo codice etico dei professionisti? Insomma, lei si dovrebbe limitare ad interpretare i miei incubi e rassicurarmi al riguardo, si dovrebbe limitare a farmi fare un piantarello ogni tanto quando il mio gelo interiore mi congela i condotti lacrimali. Si dovrebbe limitare. Rompicoglioni terribile non è limitarsi. Ma a lei perdono tutto, adorabile culona hippie.
La mia amica storica Blondie si sposa. E alla serie frasi cult aggiungerei i miei numerosissimi “Perché?”, pronunciati a occhi sgranati e palmi delle mani rivolti verso il cielo. Ma lei mi guarda serena, e con la stessa intensità con la quale parlerebbe ad una scatoletta di tonno mi da, per l’ennesima volta, la stessa risposta: “Perché è l’uomo della mia vita”. E io a quel punto non posso più far nulla, se non chiudermi in me stessa e riflettere sui gusti in tema di abbigliamento dell’Uomo della Sua Vita e sulle sue multiple e ramificatissime corna.
La mia amica storica Blondie si sposa e mi chiede se andrò al suo matrimonio da sola o accompagnata. Che è davvero brutto come termine cazzo. Accompagnata, come se non fossi in grado di sostenere l’evento da sola. Io lo so sostenere un matrimonio da sola, a testa e gomiti alti. Rossetto rosso, schivata del bouquet e prosecco nel sangue. Prosecco. A mo’ di trasfusione. E’ lui, l’amico giallo con le bolle, che mi ha aiutata a sostenere gli ultimi matrimoni cui ho assistito. Mi ha dato soddisfazioni ben superiori a quella di veder cadere il bouquet della sposa sulla mia testa e scansarmi con un urlo manco fosse un topo morto. E forse sarà proprio quel gesto orribile, imperdonabile, che mi condannerà ad una vita di zitellaggio selvaggio e vibratori fluo, chissà. Fatto sta che, intanto, quasi a voler sfidare la sorte, al matrimonio di Blondie, io, ci vado accompagnata.
“Facciamo questo gioco” – dico a me stessa nel mio sogno.
“Quale gioco?” – rispondo.
“Quello che, per una volta, smetti di pensare”

Liberi non si nasce

1 mar

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On air – Lungimiranza - Offlaga Disco Pax

Ho imparato ad essere libera, ché liberi non si nasce.
L’ho imparato una volta per tutte trascinando le mie valigie fuori da quella casa, che era anche mia, e che ora è di Patrizio. Fuori di me e fuori di lì. Con il solo maglione addosso, nonostante fosse autunno inoltrato. Come un bambino nudo e stordito fuori dall’utero della mamma.
Sono rimasta immobile, nel primo centimetro di marciapiede a mia disposizione, nel mio primissimo, personalissimo, centimetro di libertà, con le mani ben strette sulle maniglie delle mie valigie, mentre le nocche diventavano bianche e tutte le lacrime che avevo negli occhi evaporavano nell’aria. Aria. Cos’aveva di tanto speciale quella fetta di aria inquinata, a metà tra i gas di scarico dei motorini e i secchi della spazzatura ancora da svuotare?
“Perché lo fai?” – mi aveva chiesto lui.
Perché ci interroghiamo sempre tutti sulle cose sbagliate? Perché ci confondiamo in stupidi interrogativi sull’amore quando invece è così elementare riconoscerlo, e riconoscere quando non c’è? Perché le nostre scelte affinché siano socialmente accettabili devono essere sempre pensate, ponderate, rimuginate e rimpiante quando sappiamo già dal principio che le cose, quelle vere, giuste per noi, sono quelle che affrontiamo abbracciando le ginocchia al petto mentre saltiamo giù per la rupe? Perché, per una volta, per una cazzo di volta, le risposte non impariamo a darcele da soli?
“Perché non ti amo” – ho risposto.
Libertà. Che non significa solitudine. Che non significa confusione. Che non significa individualismo né libertinismo.
Significa quello che ci pare. Per me, significava andare.

Tasche sfondate e pugni chiusi, “Avrei bisogno di scopare con te” (cit.)

16 feb

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On air - Gomma - Baustelle

Io non credo nelle favole.
E come tutti quelli che non ci credono vorrei che prima o poi me ne venisse raccontata una davvero convincente. O piuttosto, vorrei avere le orecchie giuste per ascoltarla, ché magari già mi è stata raccontata, ed io l’ho scambiata per un mugolio indistinto.
Una favola cazzuta. Di quelle a cui non puoi proprio non credere. Di quelle che, dopo, ti fanno ridere di te e di quanto, prima, sei stato stupido.
Io non credo nelle favole, ché se ci credessi non mi verrebbe da piangere per lo sconcerto soltanto perché si parla di cose belle in cui credere. Cose belle che, appunto, succedono solo nelle favole. Non qui. Non in mutande. Non innaffiati di vodka. Non con la faccia in un piatto di pasta.
E non solo non credo nelle favole. Ma non credo nemmeno negli schemi-di-felicità proposti, dalle favole. Non credo agli sguardi dei loro protagonisti, ché nessuno si guarda più in quel modo da quando sniffare la colla è passato di moda. Non credo alle loro parole pompose, spogliate della spontaneità più greve e rilassata, e quindi più sincera. E non credo nemmeno al modo dolce e calmo che propongono per fare l’amore, ché nessun essere umano con una libido medio-sviluppata risponde alle proprie esigenze in quel modo lì, con quei modi cortesi.
Mi piace pensare che, nell’incipit della favola cazzuta che stupisce e abbindola anche il più incredulo degli ascoltatori, i protagonisti siano sfranti e disorientati, e non abbiano molta consapevolezza di quello che gli sta succedendo. Agli sguardi languidi, preferiscono quelli imbarazzanti e sinceri. Alle parole pompose, preferiscono scopare.
Ma, appunto, è solo l’incipit.

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