Un Capodanno

7 nov

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On air - San Francisco - Scott McKenzie

“Le persone possono davvero cambiare? Cioè” – ha detto infilando la testa fra i sedili e avvicinandosi ancora di più a me – “tu pensi seriamente che le persone possano cambiare?”
Io credo nell’evoluzione della specie. E non credo ai preconcetti. E se quando lo dico sembro Piero Angela, vi prego, tiratemi le uova. In più, non vedo perché cambiare debba essere inteso come migliorare. Insomma, un giorno posso essere una persona tranquilla, composta, educata e ben vestita, e il giorno dopo posso decidere di dedicare il resto della mia vita al graffitismo, rincorrendo fiancate vergini delle metropolitane, urlando insulti contro gli skateboarder senza velleità e strappando tutti i jeans in mio possesso. Lo posso fare, certo. Il che significa che posso cambiare, in qualsiasi direzione e per qualsiasi motivo. Se mi parte la brocca o, semplicemente, se mi sono rotta il cazzo.
Credo all’evoluzione, appunto. Credo all’uomo che abbandona il fare da australopiteco e la smette di andare in giro ingobbito. Non credo nelle condanne a morte. Non credo alle stigmatizzazioni. Ché pure il più stronzo, la testa di cazzo più becera dell’universo, il minchione mononeuronico più reietto della società, in fondo, ha una speranza. Una sola. Nel fondo del suo melmoso essere. Ce l’ha. Solo che, in questi femminili tempi, ci si preoccupa troppo di rovinarsi la manicure, per scavare a fondo nella melma e cogliere la piccola, solitaria speranza.
La persona con la testa tra i sedili probabilmente si aspettava una risposta del genere da me. Si aspettava che la travolgessi con qualche articolata e fantasiosa teoria sull’australopiteco con o senza manicure. Eppure, io ho fatto un vago sorriso e ho risposto solo:
“Sì”
Ché di certo tutta ‘sta roba mica la si condivide così, con una che infila la testa in mezzo ai sedili. La sera di Capodanno, poi. La sera in cui del cambiamento, delle evoluzioni, delle crisalidi che finalmente sfarfallano in giro, non ce ne frega davvero l’ombra di un cazzo. Perché non è vero che facciamo buoni propositi noi, quella sera lì. Stiliamo una lista di Grandi Speranze, e ci sentiamo tutti come tanti propositivi Dickens mentre lo facciamo. Ma in realtà vogliamo solo una cosa: bere. Vogliamo la scusa per festeggiare, bere e scopare nel modo più promiscuo possibile, confidenti nel fatto che la lista delle Grandi Speranze fungerà da pezza a colori per la nostra coscienza, la mattina dopo.
Ad ogni modo, sì che si può cambiare, ed è pure una delle cose più fighe che l’essere umano è in grado di fare. Pensate alla pecora, una vita a fare “Bè”. Solo Dolly l’ha dato in culo a tutte. Solo che tocca avere pazienza. Ché se davvero uno si sveglia la mattina e cambia tutto in un colpo solo non è un avanguardista, è uno psicopatico. O forse sono io che ancora devo finire di evolvermi, e questo è un fottuto preconcetto?

I sogni non svaniscono, finché le persone non li abbandonano – (Capitan Harlock)

24 ott

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On air - The man in me - Bob Dylan

Quando inizi a fare un sacco di incubi non devi soltanto pensare a rivisitare le tue abitudini alimentari serali (la Nutella! Cazzo, la Nutella!), ma devi anche iniziare a farti qualche domanda in più. In generale, partendo dai sani principi dell’ottimo random. Perché dopo un po’ questa filosofia del noncipensononmiimporta te lo mette inevitabilmente al culo. E non sono parole mie, stavolta, ma parole di Iris, la donna che noncipensaenonleimporta, e che infatti fa un sacco di incubi, proprio come me.
E allora ho cominciato in modo soft, da domande semplici e un po’ a caso, dalle cose che non capisco.
Non capisco perché va di moda dire di essere “cittadini del mondo” quando la maggior parte della gente che lo dice è la stessa che ci delizia quotidianamente con battute razzistelle sui lavavetri e che si zavorra alla cucina della mamma come fosse l’unica vera fonte di cibo commestibile.
Non capisco chi si fa tatuaggi commemorativi delle nonne defunte. Mia nonna non avrebbe mai voluto che mi tatuassi qualcosa per lei, ne sarebbe rimasta inorridita, disgustata. Piuttosto avrebbe preferito che avessi imparato a cucinare, ma dopo quella volta che feci esplodere un ciambellone perse ogni speranza e capì che non ero la nipote giusta sulla quale puntare.
Non capisco perché la frase “Ti amo perché ho bisogno di te” di Erich Fromm debba essere necessariamente interpretata come esplicativa di un amore immaturo. Siamo tendenzialmente un branco di caproni che mugulano in giro e che hanno difficoltà a scrivere e parlare in modo compìto, e se sentiamo dire Ti Amo, buttato in una qualsiasi frase a cazzo dovremmo farcelo bastare come cosabbellabbellaunsacco e mandare a fanculo tutte queste teorie sull’amore che hanno manifestamente rotto il cazzo.
Non capisco perché bisogna essere morbidi. Cosa significa che nella vita bisogna essere morbidi? Che la devo smettere di fare jogging come una disperata e devo attendere paziente che mi si ammosci il culo o che devo smetterla di avere modi meno severi? Mia madre è una vita che prova a rendermi morbida, mi ha lavorata paziente, come fossi pasta per la pizza. E proprio qualche giorno fa, dopo averle raccontato un recente episodio che mi aveva fatto incazzare come una belva idrofoba, mi ha detto “Ma tu, ti rendi almeno un po’ conto di quanto sei dura?”. E me l’ha detto con l’occhio da mamma preoccupata di aver allevato un piccolo comandante di un esercito di ribelli. E io ho risposto “Sì mamma. Ma è giusto così, no?”. No, a quanto parte, ché nella vita prima o poi devi scodinzolare dietro la chimera della morbidezza. Prendo un paio di ripetizioni, entro in analisi per almeno un annetto e poi, sotto effetto di barbiturici, vi raggiungo e vi faccio neri.

Zucchero

13 ott

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On air - Chick Habit - April March

“Ce lo vuoi lo zucchero nella camomilla?”
“Mi fa schifo lo zucchero. Odio lo zucchero. Non voglio più sentir parlare di zucchero” – rispondo in un ringhio.
Sono quasi le quattro del mattino, sono rannicchiata su una sedia accanto al tavolo della cucina, e dico un sacco di stronzate. E, come se non bastasse, non riesco a levarmi una canzone dalla testa. Mi perseguita, mi tortura, e non combacia col mio umore, non c’entra veramente un cazzo. E’ una canzone allegra, spensierata, ed io invece sono furiosa e voglio solo uscire fuori in strada a dare fuoco ai bidoni della spazzatura con la fascetta di Rambo in testa. E’ tutto così maledettamente destabilizzante che inizio a fumare e a dire parolacce come in preda a un trip. Non riesco a fermarmi. Cazzo. Merda. Porcaputtana. La canzone allegra che ho in testa mi sfonda i timpani, ma non serve veramente a un cazzo. (Merda. Porcaputtana).
Mi gira la testa. Non capisco se ho sonno o se è lo zucchero che non ho ingurgitato. O se sto per svenire. Fatto sta che a un certo punto è il giorno dopo, e io sono nuda nel letto con Lui, e stiamo facendo disperatamente l’amore. Zucchero nascosto nella trama delle lenzuola. E un po’ dopo faccio due torte. Io. Due. Torte. Zucchero. E sotto la doccia canto Joe Tex, perché Grindhouse-A prova di morte ha una colonna sonora piena di zucchero, pure se poi alla fine muoiono tutti, o quasi.
E Angie è un po’ incazzata con me. Un po’ tanto. Ma poi sospira e mi dice:
“Dai, raccontami come va a finire”
E io glielo racconto. Nudo e crudo. Senza edulcoranti. Perché il vero sapore delle cose si capisce solo così. Ed è buono proprio perché è vero, perché è sincero, pure se per un attimo ti fa arricciare le labbra per quanto è amaro.
E no, non ho fumato stasera. Non uso droghe e le bottiglie di vino che ho in casa sono tutte intatte. Non ho scritto un post di merda.

La gattara

23 set

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On air - Washing Dishes - Jack Johnson

“Se continui a dire alla gente tutto ciò che pensi, prima o poi, diventi pesante” – mi hanno detto qualche giorno fa.
Pesante.
Pesante.
Pesante.
Cazzo.
Che può fare nella vita uno pesante? Secondo me le chances si restringono vertiginosamente. Essere pesanti non apre molte porte. E la donna pesante, prima o poi, incespica, batte la testa, impazzisce e diventa una gattara.
Cazzo.
Io non voglio essere una gattara. Ché le gattare sono di estrema destra e razziste, peraltro. Sono estremiste della razza felina pura e selvaggia, e ne tutelano lo stato brado. Sono pesanti, le gattare. Niente adozioni, niente cani, niente piccioni, niente ordinati allevamenti. Solo folli incursioni di croccantini.
Che poi, avete mai visto una gattara pettinata? No, perché le gattare sono matte. Quindi inveiscono contro la gente e scuotono la testa, scapigliandosi. La gattara pettinata, se l’avete vista in giro, non era una vera gattara: c’aveva il cane.
Io otturerò per sembra il canale di scolo cervello bocca, che a volte sbrodola e l’idraulico non fa in tempo ad arrivare che ho già allagato tutto.
La positività e le buone intenzioni nel dire ciò che si pensa non sempre è intrinseca. A volte è un passaggio di patata bollente, ed anche qui non sto citando me stessa ma Lui, l’idraulico, quello che ottura il canale, o che perlomeno ci infila qualche attrezzo e lo ripara. Ché detta così sembra proprio un riferimento porno, e in effetti lo è. Io vado a letto con l’idraulico, e allora?
Ti dico tutto quello che penso e poi sono cazzi tuoi. Ecco, io potrei passare giorni, mesi, anni, a riflettere su questa cosa, a enuclearne i possibili risvolti, a scovare il male minore. Ma non voglio farlo, non voglio essere una gattara.
Penso solo che il tema ridondante sia sempre lo stesso: farsi i cazzi propri è tendenzialmente la soluzione. Misurarsi. Non vomitare necessariamente tutto. No. Ché quello lo fanno i bambini intorno ai 3/4 anni in genere, nella fase in cui vedono passare una vecchietta per strada e urlano “Mamma guarda, la Befana!”. Poi bisogna contare sulla propria evoluzione, sul proprio self-control. Ché la gente se ne sbatte dello stato d’animo in cui si dicono certe cose e dell’ironia con la quale le si condiscono. L’hai detto. Punto. Come quando dici a una tua amica che ha i baffi. Glielo puoi dire bonariamente, con spirito altruistico, con una battuta simpatica e con una pacca di conforto sulla spalla. Ma le hai detto che ha i baffi e che i suoi amici la chiamano Gillette, e quello conta. Col tuo sorriso del cazzo ci puoi anche lucidare lo specchio del bagno, se proprio vuoi trovargli uno scopo. Ché tanto lei  tornerà a casa e piangerà. E tu sarai un’arpia.
Non tutti hanno un idraulico di fiducia, è vero, ma ritengo che tutti, proprio tutti, siano in grado di tenere la bocca chiusa. Lo può fare persino l’uomo più ciccione al mondo, figuriamoci noi mortali fuori Guinness.

Mistificazioni

16 set

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On air - You never can tell - Chuck Berry

Mettetemi una canzone allegra e fatemi sentire caldo. Ditemi che l’estate non è finita e io non avrò paura.
Fate cantare Chuck Berry e fatemi ballare come Mia Wallace al Jack Rabbit Slim.
Raccontate a qualcun’altro le stronzate sugli amori estivi, le stronzate sul quantèbellostaredasoli. Raccontatelo a Iris, che ancora me la ricordo, poco più di due anni fa, insolitamente magra e insolitamente disperata, che mi piangeva davanti seduta al tavolino del bar più brutto di sempre.
Fatemi sentire, ancora una volta, il rumore sordo dei miei sogni. Quelli appiccicosi e intensi, delle notti più lunghe, dei sonni più pesanti.
Ditemi che quella sputtanatissima teoria è vera, e che se vogliamo è sempre estate, e che se vogliamo non restano che i pensieri felici. Quelli che facevano volare Peter Pan. E non perdetevi in stupidi e infelici pensieri sul fatto che Peter Pan è morto impiccato perché cadrete a picco, come pere dal pero o mele dal melo.
Illudetemi. Fatemi credere che io sia davvero dolce ogni tanto. Ché ogni donna dovrebbe esserlo, almeno un po’. E’ una legge non scritta, di quelle tacitamente riconosciute dai popoli. E’ per questo che hanno inventato il mascara, per farci sbattere le ciglia, per farci sfarfallare lo sguardo sublimando le nostre più acide espressioni.
“Dove vai tu con quegli occhioni da cerbiatto?” – disse bloccandomi il passaggio uno dei tanti ragazzoni coi rasta e la kefiah che si aggiravano per i corridoi della mia scuola durante la prima occupazione.
Vado dove cazzo mi pare e non lo saprai mai, ho pensato. Ma in verità non ho risposto. Ho sublimato lo sguardo sprezzante sbattendo le ciglia. Poi ho sorriso. E lui mi ha lasciata passare.
“Ha bloccato anche te Sangue Amaro?” – mi ha chiesto Becky qualche minuto dopo averla raggiunta nell’aula dove si era rinchiusa a farsi una canna.
“Già”
“Ce l’ha con noi primini” – ha detto seria, quasi convinta del complotto – “Tu che gli hai detto per farti passare?”
“Niente, ho fatto gli occhi da cerbiatto”
“Pure io” – ha risposto lei – “Funziona sempre”
Illudetemi, quindi, che funzioni ancora, anche a distanza di anni.
Illudetemi che chi mi dice che sono una stronza non mi ha in realtà guardata bene negli occhi.
Illudetemi, per favore, e ditemi che domani è Ferragosto e che dovrò vestirmi di bianco e che mangeremo salsicce e che berremo tante cose, da tanti bicchieri di carta, con tanti cubetti di ghiaccio.

Ballare contromano

25 ago

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On air - Rumba magica - Alessandro Mannarino

Le volte in cui mi sono presa troppo sul serio le ricordo nemmeno fossero i momenti più bui della mia vita.
Perché è solo quando non l’ho fatto che ho preso le decisioni più importanti.
E’ quando il mio istinto si è tuffato chiudendosi il naso con le mani e stringendosi le ginocchia al petto diretto a bomba in mezzo ad un mare pericolosamente blu che mi sono sentita pericolosamente io. E ho iniziato a ridere, ancora più del solito.
Ché ridere fa bene. Non è vero che fa venire le rughe. Le rughe le fanno venire le sigarette e quelle cose liquide nei bicchieri che servono per rendere il lime e la menta i tuoi best friends forever. E se è così, maledizione, dovrei stilare una lista di buoni propositi per l’autunno, visti i salti carpiati nei mojitos. Ridere di sé, meglio ancora. Non degli altri. Non del fatto che una ex qualunque si sia trasformata in un Barbapapà. Quello è male.
Io mi sono tuffata, pure se nuoto di merda, pure se faccio una fatica che porcaputtana vi farei fare cinque metri come nuoto io solo per farvi sentire che asma sibilante può uscir fuori così, dal nulla. Ma è tutto una gran bella fatica, così bella che considerarla fatica è odioso. Così bella che quasi quasi accanno le lezioni di nuoto, tanto c’ho la scusa che ci tengo troppo a preservare i miei capelli da femmina perbene per vederli attaccati così trucemente dal cloro. E ci crederebbero tutti. Così come hanno creduto al fatto che la mia vacanza con Lui è stata bella e basta. Bella, detta col tono basso e roco di chi non vuole dirti una sola parola di più. Col tono di chi poi ride, ti fa vedere tutti i denti e ti ci fa leggere sopra chiaramente il resto della frase: fatti i cazzi tuoi. Perché anche farsi i cazzi propri è un punto fondamentale per scongiurare qualsiasi momento buio. Nessuno se li fa, forse proprio perché si prendono tutti troppo sul serio, forse proprio perché nessuno è rilassato e soddisfatto al punto di farseli. Non è un cliché, e se ve lo dice una che è vagamente ossessionata dai clichés fidatevi: non è un cazzo di cliché.

 

Come un’adulta

22 lug

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On air - Vamos 2 - Pixies

Non brucia.
Non so come sia possibile. E’ sole. E’ rovente. E’ sopra di me.
E non brucia.
Inizia tutto da questo. La natura si sovverte ed io mi diverto.
Ed è una questione di crescita, mi dicono. Di crescita? Adesso? Ma fottetevi. Mi risulta più facile credere ad una congiunzione astrale, a una profezia, al castello dei destini incrociati.
S. mi guardava tenera, l’altra sera, come solo una donna incinta sa fare. Ripensarci è strano. Non sono stata abituata a sguardi solidali, a dolcezze, a confidenze e discorsi un po’ più seri non terminanti con un “Ma sì ma in fondo sticazzi, parliamo di musica per piacere. Rock’n’roll”.
“Bella lei” – mi dice. E io le sorrido e sbatto le ciglia, che sono lunghe e per qualche ora tutte per lei. Per una volta non ho voglia di replicare. Non ho voglia di smontare tutto con un gelido “Bella un cazzo!”, che ovviamente mi è immediatamente e inesorabilmente balenato in testa.
Perché ogni tanto i discorsi da donna con le altre femmine vanno fatti, e senza soffrirli. Senza farsi venire i crampi allo stomaco. Senza andarsene a metà discorso dalla stanza con una scusa banale. Ogni tanto bisogna restare, e sostenerli, come farebbe una donna, appunto. Come fa S. E come non faccio io, anche se, nonostante tutto, ogni tanto butto un occhio sotto al fazzoletto. E non è affatto male, là sotto. Affascinante, quel mondo nascosto. Dovrebbero dedicarci uno speciale di Super Quark, un inserto di Focus, ché certe cose vanno approfondite, e condivise, e gli studenti delle scuole superiori dovrebbero poi scriverci centinaia di tesine.
“Comportati come un’adulta!” – mi diceva sempre mia madre, quando ero piccola e frignavo. Ogni madre credo abbia detto frasi simili ai propri figli, tanto che siamo cresciuti tutti  col mito che essere adulti o comportarsi come pseudo tali sia sano, giusto e degno della più vivida considerazione. Ma allora dove sono finiti tutti quei pregi propri del mondo dell’infanzia? La fantasia, la spensieratezza, la creatività, la buona fede, la curiosità.
“Io credo, sinceramente, che essere adulti non sia sano” – dico ad S. – “Ma credo anche, con rispetto parlando per quella” – dico indicandole la pancia che sporge – “che i bambini siano esseri terrificanti. Vorrei restare in questo stato di sciroccatezza per tutta la vita che mi resta. Vorrei continuare a stupirmi dei discorsi seri che riusciamo a fare ogni tanto, io e te, davanti a una fetta di cocomero, senza il supporto di alcol o droghe leggere”
“Bella lei” – ripete. E io a quel punto un po’ di fastidio lo sento. All’altezza dello stomaco. E non ho voglia di sbattere di nuovo le ciglia e di sorvolare. Mi ripeto che è una donna incinta, che è sensibile, che non si brocca alle donne incinte così come non si picchia chi porta gli occhiali.
Ma non ci riesco. Non riesco, ovviamente, a comportarmi come un’adulta, come quell’adulta che avrebbe voluto mia madre quando battevo i piedi per terra e urlavo come Emily Rose prima dell’esorcismo correndo per casa.
” ‘cazzo trovi di bello?” – le dico vagamente aggressiva.
E lei mi guarda e ridacchia, grugnendo un po’, ché non riesce a non farlo. Gli occhi le diventano due mezze lune e io capisco che sta per colpirmi. Sta per colpirmi in quel punto morbido cui ho lasciato vedere un po’ di sole ultimamente, quello proprio sotto al fazzoletto.
Ma sospiro, e la lascio fare.

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