Ma tu ce l’hai le sise?

22 mag

On air - A Hazy Shade of Winter - Simon & Garfunkel

Tutto va male contemporaneamente.
E’ la versione della Legge di Murphy ispirata alla meccanica quantistica. Lo sanno tutti. Sta pure su Wikipedia. Solo io non lo sapevo. O semplicemente pensavo si trattasse della  versione casareccia della Legge di Murphy, quella ispirata alle mie cene fuori.
Perché se io esco di casa inerpicandomi su un paio di scarpe scomode, immedesimandomi in una supermodella in libera uscita ed impegnandomi anche a fingere di saper cenare con garbo, di riuscire a non trangugiare il vino, a non ridere sguaiatamente, all’apice della mia frustrazione arriverà una bambina di circa tre anni che, puntandomi come un cinghiale incazzato, si fermerà davanti al mio tavolo ed urlerà:

“Ma tu ce l’hai le sise?”

Ma lei non aspetta la mia risposta e corre subito verso un altro tavolo, dove un’altra ragazza si blocca con il boccone a mezz’aria mentre lei le urla:

“Ce l’hai le sise te?”

Non puoi preoccuparti delle sise a tre anni. E soprattutto non puoi preoccuparti di quelle degli altri.
Avrei voluto catturare quella bambina posseduta con un retino da pesca, bloccarla per qualche minuto accanto alla mia sedia e disincantarla un po’.
Avrei iniziato dicendole che Babbo Natale non esiste. E, soprattutto, che non le porterà le tette se lei gliele chiederà prematuramente.
L’avrei fatta stagionare di una ventina d’anni con una botta sola, raccontandole di quanto è sopravvalutato, in realtà, il potere della tetta. Ché se ce l’hai, sarai dapprima una pin-up, poi una MILF, poi una vacca da latte. E se non ce l’hai, sarai un maschiaccio o una bellezza androgina, per poi, col tempo, trasformarti in rifattona oppure culona, a seconda di dove hai scelto di catalizzare l’attenzione.
Quando poi crescerai e ti troverai sulla soglia della fiorente ed iniziale fase della pin-up o della bellezza androgina, inizierai ad annusarti con l’altro sesso, con quei maschietti curiosi ipereccitabili che, mentre ti toccano timidi il fianco, pensano:

“Ce l’avrà le sise?”

E tu, chissà se ce l’avrai, ‘ste sise. Chissà se ti saranno davvero già cresciute quando inizierai l’esplorazione del mondo maschio.
Nel mio caso, all’epoca del primo bacetto condito di morta sul fianco, non si era manifestata neanche l’idea di sisa. Ma non importava. Ero pronta a diventare pin-up o bellezza androgina senza alcun problema, sulla base dei gusti di quel gran stylist di Babbo Natale. Mi affidavo a lui, che in fondo mi ispirava fiducia. Era maschio, avrebbe dovuto saper scegliere la cosa giusta. Avrebbe valutato lui se sarei stata meglio con o senza tetta.
Ma lui non esisteva. E tutto si è ridotto, negli anni, a una questione di culo.
E ovviamente non parlo della fortuna, del culo metaforico.
Parlo proprio del culo.
Perché nel dubbio, bisogna iniziare a lavorarci sopra. Ed anche quando il tuo futuro da vacca da latte o tavola da surf sarà ormai svelato, non devi mai perdere di vista il tuo culo. Ché lui è l’esempio del last but not least, di quello che pensi non conti o sia marginale, ma che in realtà, quando avrai guadagnato il tuo status di pin-up col push-up o di bellezza androgina coi capezzoli a vista, catalizzerà l’attenzione. E ti fotterà. Perché tu avrai perso troppo tempo a curarti delle tue sise e troppo poco a curarti delle tue chiappe.
E allora, la domanda opportuna da fare, già a tre anni, sarebbe:

“E tu, come ce l’hai il culo?”

Ché puoi sempre migliorarlo senza dover chiedere a Babbo Natale. Ché c’hai un sacco di tempo prima che qualcuno ti metterà la lingua in bocca e la mano morta sul fianco. E quando lo farà, tu non dovrai preoccuparti delle tue sise, perché, di fondo, de gustibus (a casa mia, sticazzi). Dovrai iniziare a preoccuparti per il tuo didietro, ché se puoi poggiarci sopra una pinta di birra e lasciarcela in equilibrio non va bene. E non va bene per nessuno.

“Pat” – dico mentre fisso la bambina che continua a sondaggiare le ragazze intorno a noi – “Dovremmo farle presente che le sise non contano un cazzo, secondo te?”
Patrizio mi osserva serio. Ha messo la camicia e la giacca, ed è sexy quasi al pari di quando si mette la tuta da pompiere che gli ho regalato.
“Mil” – inizia lui con tono solenne – “E’ evidente che tu stasera non hai messo il reggiseno. Pertanto parlo solo in presenza del mio avvocato”.

Objects in mirror are closer than they appear

13 mag

92422

On air - Lonely boy - The Black Keys

Mi chiedo come facciano a vestirsi sempre in quel modo così classico, quelle lì. Ché se hai un culo importante, non puoi ostinarti a metterti i pantaloni a vita alta con la camicia dentro: sembri un porta biciclette.
E come fanno, mi chiedo, ad avere sempre il pranzo pronto e sempre accuratamente impacchettato, chiuso in un contenitore ermetico, con le loro posatine di plastica ed il tovagliolo di carta decorato.
Chi ve lo fa?
Chi vi prepara il pranzo?
Perché io ho sempre con me una banana arrotolata nello scottex ed uno yogurt protetto in un sacchetto gelo?
E perché, soprattutto, io dimentico sempre il cucchiaino?
Quelle lì, che si lamentano continuamente dei loro compagni, e che hanno una to do list in cui c’è sempre “stirare le camicie di Lui” oppure “comprare concime per piante”. Io una volta c’ho provato a stirare le camicie di Patrizio. Giuro che mi ci son messa d’impegno, con il mio ferro a vapore e la mise domestica leggings-magliettone-coda di cavallo. Sono venute di merda, ma così di merda, che Pat nemmeno si è accorto fossero stirate e le ha ri-stirate.
Le ragazze della tua età, che si stupiscono ogni giorno di quanto tu sia ragazza e di quanto loro siano signore, e che pur di non ammettere tale divario preferiscono definir loro stesse normali, e definire te come quella pazza.
Le ragazze a cui non puoi raccontare le tue serate, i tuoi hobbies, il modo sereno e rilassato in cui vivi la relazione con il tuo uomo. Ché oltre che pazza diventeresti pure pervertita, alcolizzata, infantile e maleducata.
E non si può parlare di sesso, non si può nemmeno nominare il sesso. Ché quella è una cosa privata, che si consuma rigorosamente sulla schiena, nel proprio letto, con la bocca tappata, la luce spenta e tanti Ti Amo post-coitum. Tutto il resto è troia.

Forse non c’è un’età in cui si diventa davvero grandi, in cui lo stile di vita cambia proporzionalmente con le responsabilità acquisite. Non c’è un’età in cui devono archiviarsi i vestiti di H&M, le scarpe con la zeppa e le birre in bottiglia. C’è solo un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui si dovrebbe smettere di essere cagacazzi di default. I più fortunati ce l’hanno subito dopo l’adolescenza. I meno, continuano ad esser cagacazzi ad oltranza, coperti dall’alibi delle responsabilità.

E mentre queste super-donne/super-signore si incazzano perché poggio il bicchiere sul loro tavolo di merda senza utilizzare il sottobicchiere, io mi ostino a bere dalle bottiglie e a maledire il giorno in cui ho accettato i loro inviti a cena.

Ma poi, arriva Sofia, e mi da della rompiballe.
Ed io mi acciglio e la guardo truce.
Rompo le palle pure io? Le rompo sul serio? Eppure nessuno dei miei conoscenti era presente quando quel bambino incivile mi ha calpestato le scarpe nuove sull’autobus. O quando ho litigato con la signora della tintoria dicendole che se sulla ricevuta c’era  scritto che le mie giacche erano pronte lunedì loro avrebbero dovuto darmele lunedì cazzo! E non c’era nessuno in copia conoscenza quando ho mandato l’email minatoria all’agenzia immobiliare pretendendo la consegna della copia del contratto di affitto senza ulteriori ritardi.
“Punti di vista” – rispondo a Sofia. Sofia-che-stira-le-lenzuola. Sofia-che-non-mangia-carboidrati-a-cena.

La verità è che la gente è troppo seria, e rompe il cazzo. E questi soldatini rompipalle si moltiplicano di giorno in giorno e sparpagliano nell’aria la loro pesantezza, e ci contagiano.
Ed io vorrei solo debellarli.
Come fossero acari.
Con una botta di Swiffer.

(A proposito, minuto di silenzio per gli acari della mia macchina, che ci hanno lasciato dopo un gioioso anno insieme)

Due lattine di Coca Cola Light

1 mag

95294

On air - Tais toi mon coeur - Dyonisos feat. Olivia Ruiz

Piove a dirotto. Ma io esco lo stesso, a comprarmi la tachipirina. Ché la testa mi scoppia e non ne posso più di tenerla premuta tra i cuscini del divano. Che hanno assunto un odore strano, tra l’altro, da quando ci ho spruzzato sopra quello spray profumato per tessuti che ogni desperate housewife è legittimata ad acquistare.
Quando torno ho le Converse che fanno ciaff ciaff sul pavimento, e il fiore di plastica che ho tra i capelli che sembra una bacinella. La mia testa è in condizioni pietose, dentro e fuori. Per un attimo sono fermamente convinta che sto per morire. Ma sto per farlo con una molletta improbabile tra i capelli e le Converse nere. Almeno questo.
“Andiamo?” – mi dice Iris al telefono, tentando invano di farmi rispettare gli impegni ludici presi per questo primo maggio.
“Sto bale”
“Ma vaffanculo”
“Ho bal di testa e raffreddore”
“Sei figa uguale dai, usciamo” – tenta in corner Iris.
“Do”
Lei sarebbe uscita comunque, lo so, pure con il moccio al naso, gli occhi rossi, i capelli arruffati e uno stato di rincoglionimento generale che ostacola la composizione di frasi sensate. Lei è tipa che ti invita a cena a casa sua pure se non ha da offrirti che una scatola di fagioli e ha il lavandino pieno di piatti e il divano sommerso dai vestiti.
Io no.
Se sto male se ne vanno tutti affanculo e io mi impossesso del divano e ringhio e sbavo e inarco la schiena per cacciare chiunque si avvicini.
E se non ho nulla da mangiare e la casa è un disastro ti trascino in pizzeria, anzi, prima ancora trascino i tuoi occhi lontani dal mio divano foderato di vestiti. Non sia mai che lì in mezzo ci sia qualche indumento strano di cui dovrei giustificarmi (non dimentichiamoci il completo da Lamù).
“Non essere formale”, mi ha detto una volta proprio Iris. Ma io non sono formale, non lo sono affatto cazzo. E’ lei che è troppo informale. Funziona così, no? Non sei tu che sei grasso, sono io che sono troppo magra. Non è vero che sei un rompipalle, sono io che sono poco tollerante. Non è vero che bevi troppo, sono io che sto diventando una cagacazzi salutista. E così via. Però sul serio, io non guardo alla forma, per niente. Pure se quando mi vesto per andare al lavoro non sembra; dopotutto, chi lo sa che sotto ho il perizoma con la bandiera olandese?
Ed è stata proprio Iris, l’informale, a bacchettarmi, un giorno, per aver portato a casa sua due bottiglie diverse di vino bianco. “Per assaggiarli entrambi”, le avevo detto pregustando un originale aperitivo. “Non si fa”, mi aveva ripreso seria, “Si portano sempre due bottiglie uguali”. Ora, io non so da quale capitolo oscuro del bon-ton lei abbia tirato fuori questa cazzata, fatto sta che da quel giorno le porto sempre-sempre-sempre, e sempre-sempre-sempre a sfregio, due bottiglie diverse. Proprio non ci sto a farmi dare lezioni di stile da una che si veste regolarmente come una Spice Girl ai tempi d’oro.

“Ah quindi sei rimasta a casa” – mi ha detto Patrizio, rientrando, mentre infilavo le unghie tra i cuscini del divano e proiettavo gli occhi iniettati di sangue nella sua direzione – “Che c’è per cena?”
“Due lattine di Coca Cola Light”
“Amore, non dovevi”

Il leone e il vitello giocheranno insieme. Ma il vitello dormirà ben poco. (cit.)

26 apr

82321

On air - Oxford Comma - Vampire Weekend

Ho passato un minuto intero ad osservare mia madre ferma sulla soglia della porta di casa mia, vestita di fucsia.
Non è sempre stata così.
Quando io ero piccola lei era il ritratto della sobrietà e della compostezza. Non si spingeva oltre una borsa con le frange o un cappellino piumato, ma eliminò anche questo quando un giorno mio padre le disse che sembrava un alpino. Era la Signora in Beige, la Signora dei Fermagli e la Signora dello Chignon. Dopodiché, è stata colpita da quella che potrebbe essere definita una ribellione adolescenziale tardiva, oppure una demenza senile precoce. Avevo otto anni e la osservavo perplessa abbracciata allo stipite della porta della sua stanza, mentre lei infilava quasi tutti i suoi vestiti in grosse sacche che avrebbe poi personalmente portato alla Caritas. Non si fidava dei preti, diceva. Quel giorno aveva indosso un completo rosa e una mantella lilla, i suoi capelli stavano iniziando a diventare più biondi e le sue ciglia inferiori più lunghe e drammatiche.
“Sembri un fiore” – credo di averle detto, quando ancora avevo una vocina timida e flebile. Ad ogni modo, non era affatto un complimento. I colori dei suoi abiti e quel continuo gonfiasi e sgonfiarsi della mantella ad ogni suo movimento potevano anche ricordare una romantica immagine di bocciolo mosso dal vento, ma nella mia mente di bambina i fiori erano quelli di Alice nel Paese delle Meraviglie, ed erano degli stronzi. Con questo non voglio dire che io abbia mai pensato a mia madre come ad una stronza. Solo che non mi piacevano i colpi di testa, ero piccola e mi impaurivano. Lei era la Mamma in Beige, quella sobria e composta che profumava di sapone di Marsiglia, ed improvvisamente mi ero trovata davanti una figura prepotentemente colorata, che odorava di cocco e che aveva la stessa capigliatura della Barbie con cui giocava mio cugino. Quello stesso cugino che mi forniva Cavalieri dello Zodiaco sottobanco in cambio di qualche mia bambola volgarotta.

“Dov’è papà” – le ho detto preoccupata di non ricevere il suo supporto morale. Stavo roteando gli occhi da una parte all’altra del pianerottolo.
“Non mi dai neanche un bacetto? Papà arriva tra poco, con i sacchetti della spesa, così prepari a Patrizio un pasto decente” – ecco. Già è entrata nella mentalità Camilla-donna-di-casa. Non ha capito un cazzo.
“Mangio alla grande!” – ha urlato Patrizio sbucandomi alle spalle e abbracciando mia madre calorosamente – “Una visione color fucsia!”. E’ un ruffiano da paura. Lo detesto per la naturalezza con cui si alliscia la suocera. Però, mioddio, è sexy pure per questo.
Per un momento ho desiderato scappare dalla scala antincendio e per qualche secondo mi sono prefigurata anche la scena.
Comunque, mia madre non si è fidata. E’ andata verso il frigo e l’ha aperto con nonchalance. Ha sussultato di fronte ad un’invasione di birra, chinotto e poco altro.
“Ecco spiegato perché le stanno larghi tutti i pantaloni e perché rutta come un portuale” – ha detto Patrizio a mia madre, indicandomi.
“Pat!” – ho detto scandalizzata, mentre mia madre rideva. Ultimamente sono così sclerata ed assente che sono un facile bersaglio per molti.
Patrizio mi guardava rilassato e sorridente, mentre mia madre si impossessava prepotentemente della cucina, riempiendone gli angoli felice. Io guardavo continuamente l’appartamento e mia madre, tesa come una ladra. Avrebbe dovuto avvisarmi del suo arrivo con congruo preavviso e permettermi di dare una sistemata. La casa, nel migliore dei giorni – e quello non lo era – sembra esser stata appena perquisita dall’anti-droga.  Ma mia madre non sembrava curarsene. Tutta l’attenzione era rivolta verso il frigo e verso le mie occhiaie.

Sinceramente, a volte, mi sembra di esser l’unica a non saper gestire questa nuova vita. Tutti sanno perfettamente cosa fare, quale comportamento adottare, quali consigli elargire. Anche Becky, nonostante stia affrontando il mio stesso cambiamento, è sempre così calma ed organizzata, e a casa sua ha sempre una bottiglia di spumante gelato ed una scatola di biscotti al limone, che tira fuori quando caracollo nel suo appartamento senza preavviso, comportandomi come mia madre. Solo che io mi vesto di nero, prevalentemente.
E proprio Becky, dopo una serata di chiacchiere terminata con un suo “Cam, ti trovo davvero sclerata. Più sclerata del solito”, mi ha consegnato oggi una bustina, sigillata con delle grappette. Mi ha chiesto di aprirla a casa, con calma.
Sono tornata e mi sono seduta al tavolo della cucina, mentre Patrizio preparava i pop-corn col burro.
Dentro c’era un minuscolo peluche a forma di orsetto.
“Sono imbarazzato io per te” – ha detto Pat, pietrificato davanti l’orsetto – “La tua tensione può essere allentata solo con la cura-Pat.”
“Sarebbe?” – ho detto lanciando un’occhiata intenerita all’orsetto.
“Una cura. Personalizzata”
“Somministrazione e posologia?”
“Via orale. Prima dei pasti”
“Andata”

Impresa edilizia Cam

18 apr

22430

On air - Missing you - John Waite

E’ periodo di migrazione, ed anche Becky è andata a vivere col roscio.
La cosa mi preoccupa, lo ammetto.
Mi ha trascinata da Tezenis per chiedermi come le stava il pigiama con la scritta “I love cornetto”. Le ho detto che era ridicola, ma lei lo ha preso comunque. Dice che deve rifare il suo guardaroba con urgenza, ora che vive con un maschio. Dice che deve diventare più bambolinosa possibile, e che deve impegnarsi per depilarsi le gambe con regolarità.
“E’ aberrante che tu non abbia già l’abitudine di depilarti le gambe regolarmente”- le ho detto, col tono più fastidioso possibile.
Lei mi ha guardata truce, e non ha fiatato. In fondo, tutta questa intransigenza sul pelo non ce l’hanno tutte, no. Angie poi, da quando è incinta, dice di essersi tramutata nel Cugino It. “Vuoi vedere?” mi ha detto un giorno. Ed io sono uscita di corsa dalla stanza.
Ed anche Sofia, sparlottando delle sue amiche Bridgets, mi ha confermato che è così, che la ragazza media quando va a vivere con un uomo diventa tutta fiocchi e baby doll ed inizia a comprare tonnellate di coupon per farsi cerette cheap  con regolarità.

Solo io, quindi, ho assorbito tutto il testosterone che gira per casa mia e mi sono tramutata in un maschio depilato?

Ho persino comprato un motorino, a furia di vedere Patrizio girare libero e felice in Vespa. Avevo anche io necessità di ottimizzare il mio tempo e di sfrecciare dietro ai miei mille cambiamenti.
“Ed ora come cazzo lo porto a casa” – ho detto involontariamente ad alta voce, davanti al vecchio proprietario.
Lui mi ha guardata perplesso. “Che intendi?”
“Intendo che non ne ho mai guidato uno”. Eppure, me n’ero appena comprato uno.
“Non vedo cos’ha un ragazzino di quattordici anni meno di te” – ha risposto incoraggiandomi. E cercando di levarsi me e il suo ex motorino dalla balle.
“Le tette”. Ma non gliel’ho detto. Ho fatto un sorriso finto e ho messo in moto, ho barcollato un po’ e ho tremato come una foglia fino a casa. Era fottutamente lontana casa mia quel giorno.

“Come stai, Centauro?” – mi ha chiesto mio padre, zimbellandomi per via del motorino. Ma non dovrebbe mostrare ansia per la sua piccola Camilla sulle due ruote porcaputtana?
“Inquieta come un maschio durante lo sviluppo”
Lui è scoppiato a ridere. “Non ho mai voluto un figlio maschio”

E i cambiamenti, fintanto che non ti portano a comprare magliette con su scritto I love cornetto, sono un toccasana. Superata la fase iniziale del diventerò-ben-presto-pelata-causa-stress. E a patto che non li si prenda troppo sul serio, e non si entri da subito in uno strano loop che suona più o meno come “non-voglio-più-niente-come-prima”. A quel punto si rischia di diventare irrimediabilmente isterici, e niente è peggio di un maschiaccio isterico. Ne avete mai conosciuto uno? In caso negativo, piacere.

Ed io, in fondo, pensavo di esser brava solo nella ristrutturazione, non certo anche in una sofisticata demolizione.
Sono istericamente felice.

Debuttante

7 apr

08029

On air - Wuthering Heights - Kate Bush

Ci sono femmine nate per essere femmine.
Loro lo sanno come si pulisce un bagno, una cucina, come si stira un indumento 100% cotone. Indumenti che non comprerò mai più per il resto della mia vita. Mai più. Investirò nel mercato della viscosa e del lino. Celebrerò il sintetico e loderò i polimeri.
Loro, le vere femmine, non si farebbero mai trovare impreparate di fronte ad una minigonna da tennista.
Ma soprattutto, non andrebbero mai in giro come fossero state appena masticate e poi risputate da un branco di cani idrofobi.
E’ che più della mansardina mi manca Wanda. Lei era fondamentale, e mi ha lasciata temporaneamente – la sporca traditrice – affamata e sgualcita. Quando tornerà si renderà conto del grave danno che mi ha procurato, e glielo rinfaccerò per i prossimi sei mesi almeno. Perché una vera femmina non è rancorosa. Io sì.

“Mi manchi” – ho detto a Tomas al telefono.
“Mi mancano le nostre merende” – ha risposto lui, poco convinto. Gli uomini non sanno perdersi in convenevoli. Seppure gay.
“Chi ti manca, amore?” – ha urlato Pat, dal divano. Stava vedendo Man VS Food. Il suo nuovo migliore amico è ora Adam Richman. Probabilmente lo faccio mangiare poco, e tenta di saziarsi col food porn.
“Tomas!” – ho riposto urlando anch’io.
“Ah, ok”
“Ti ha chiamata amore?” – ha bisbigliato Tomas nella cornetta.
“Lo fa, lo fa” – ho risposto tronfia.

“Mi manca” – ho detto ad Angie, mentre mi infilavo col broncio un vestito sgualcito. Cento per cento cotone, fanculo.
“Chi?”
“Wanda”
“Chi ti manca?” – ha detto Pat, facendo capolino alla porta della stanza.
“Wanda, no?”
“Ok” – ha sorriso tirando indietro la testa bionda.
Ho salutato Angie ed ho raggiunto Patrizio in camera da letto.
“Pat, scusami, ma chi altri dovrebbe mancarmi?”
Lui è rotolato verso di me, spalmandomi addosso la sua maglietta dei Nirvana. E’ uno dei pochi ad averne conservata una, nonostante abbia superato la soglia dei trentanni.
“Io”
“Mi manchi, Patrizio” – ho detto ridendo.
“Anche tu, Pidocchio”

E le vere femmine sono sdolcinate. Sdolcinate al punto di sentire la mancanza del proprio uomo nonostante ci vivano insieme da un mese. E allora, sarò forse una vera femmina anche io? Una femmina da non-stiamo-insieme-24-ore-su-24-e-quindi-mi-manchi? Una femmina da sorrisi gongolanti ad ogni nuovo nomignolo? Una femmina da è-così-carino-vedere-i-nostri-nomi-sul-citofono?
“Pat, tutto questo fa schifo” – gli ho detto a cena.
“A me sembra buono. Hai fatto di peggio” – ha detto lui con la bocca piena.
“Intendevo quest’atmosfera da Tempo delle Mele. Insomma, non abbiamo mai fatto l’amore sul pavimento, ad esempio, o sul tavolo della cucina”
“E quindi? Mi pare che passiamo la maggior parte del nostro tempo insieme a scopare, amore”
Ci ho pensato su un minuto.
“E’ vero. Ma non per terra”
“E quindi?”
“E quindi buttati immediatamente per terra” – ho risposto lasciando cadere la forchetta. Stavo scherzando, ma lui mi ha prevedibilmente presa in parola.

Convivere con me stessa, in fondo, era molto più complicato. Casa era piccola, ma stipata di tormenti.
Fare mia l’allegria di Pat e respirare un po’ di sole, invece, è stato semplice.
Fare mia un’intera scaffalatura per metterci le mie scarpe, un gioco da ragazzi.
Solo una vera femmina con le ciglia lunghe e lo smalto rosso ci riesce. E’ per queste piccole cose che, spesse volte, mi illudo di esserlo anche io.

Geco

8 mar

16179

On air - Albion - Babyshambles

A casa mia è entrato un geco. Ci siamo subito voluti bene. Si è nascosto nella mia maglietta leopardata bianca e nera appallottolata per terra, manifestando subito il suo apprezzamento per i miei gusti in fatto di abbigliamento.
“E’ Pinko” – gli ho detto. Lui ha fatto capolino tra le cuciture.

“A casa mia è entrato un geco” – ho detto ad Angie.
“E come l’hai chiamato?” – ha chiesto felice.
“Geco!”

A casa mia è entrato Geco e non è più uscito.
Un po’ come le ombre dei miei uomini negli ultimi tempi. Non mi stupirei se prima o poi qualcuno risuonasse alla mia porta e mi domandasse cosa c’è per cena. Ovviamente non ci sarebbe un cazzo per cena, ché non cucino da una vita, ma sarei contenta lo stesso se qualcuno me lo chiedesse. Lo accoglierei a braccia aperte e gli farei, che so, un risotto in busta. Parlerei malinconica con lui del passato, ci farei l’amore, e poi lo manderei a fanculo, tanto per riallinearmi.

Dicono che il geco porti fortuna.
“Geco, porti fortuna?” – gli ho chiesto vedendolo zompettare goffamente sul muro. Mia madre era presente: mi ha guardata con occhi umidi. Poi ha afferrato la scopa.
“Non lo fare!” – le ho urlato. Ma era troppo tardi. Geco aveva immediatamente capito con chi aveva a che fare e si era dato alla goffa fuga verso il balcone. Le setole della scopa non lo hanno nemmeno sfiorato.
Eppure, non ho mica capito se è uscito. Non sono riuscita a gustarmi la sua vittoria, ero troppo presa dall’urlare contro mia madre implorandola di non fargli del male. Se ci avesse fregato, nascondendosi dietro la tenda? Se si fosse arrampicato su per lo stipite, appallottolandosi in un angolino?
Io non lo so più tanto bene chi c’è qui dentro. Ma non m’importa.
Tanto me ne vado io.
Impacchetto tutta la mia mansardina e vado. Trasloco da un posto che amo visceralmente e porto con me l’unico, vero, che conta.

Geco.

Ma che dico.
Patrizio.

“Torno a Roma definitivamente Mill. E ho bisogno di metri quadri con te” – e conoscendolo non se l’era nemmeno studiata, una frase così – “Beh? Non dici niente?”
Ho sospirato nella cornetta.
“Dico uau

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 642 follower