Ballare contromano

25 ago

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On air – Rumba magica – Alessandro Mannarino

Le volte in cui mi sono presa troppo sul serio le ricordo nemmeno fossero i momenti più bui della mia vita.
Perché è solo quando non l’ho fatto che ho preso le decisioni più importanti.
E’ quando il mio istinto si è tuffato chiudendosi il naso con le mani e stringendosi le ginocchia al petto diretto a bomba in mezzo ad un mare pericolosamente blu che mi sono sentita pericolosamente io. E ho iniziato a ridere, ancora più del solito.
Ché ridere fa bene. Non è vero che fa venire le rughe. Le rughe le fanno venire le sigarette e quelle cose liquide nei bicchieri che servono per rendere il lime e la menta i tuoi best friends forever. E se è così, maledizione, dovrei stilare una lista di buoni propositi per l’autunno, visti i salti carpiati nei mojitos. Ridere di sé, meglio ancora. Non degli altri. Non del fatto che una ex qualunque si sia trasformata in un Barbapapà. Quello è male.
Io mi sono tuffata, pure se nuoto di merda, pure se faccio una fatica che porcaputtana vi farei fare cinque metri come nuoto io solo per farvi sentire che asma sibilante può uscir fuori così, dal nulla. Ma è tutto una gran bella fatica, così bella che considerarla fatica è odioso. Così bella che quasi quasi accanno le lezioni di nuoto, tanto c’ho la scusa che ci tengo troppo a preservare i miei capelli da femmina perbene per vederli attaccati così trucemente dal cloro. E ci crederebbero tutti. Così come hanno creduto al fatto che la mia vacanza con Lui è stata bella e basta. Bella, detta col tono basso e roco di chi non vuole dirti una sola parola di più. Col tono di chi poi ride, ti fa vedere tutti i denti e ti ci fa leggere sopra chiaramente il resto della frase: fatti i cazzi tuoi. Perché anche farsi i cazzi propri è un punto fondamentale per scongiurare qualsiasi momento buio. Nessuno se li fa, forse proprio perché si prendono tutti troppo sul serio, forse proprio perché nessuno è rilassato e soddisfatto al punto di farseli. Non è un cliché, e se ve lo dice una che è vagamente ossessionata dai clichés fidatevi: non è un cazzo di cliché.

 

Come un’adulta

22 lug

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On air – Vamos 2 – Pixies

Non brucia.
Non so come sia possibile. E’ sole. E’ rovente. E’ sopra di me.
E non brucia.
Inizia tutto da questo. La natura si sovverte ed io mi diverto.
Ed è una questione di crescita, mi dicono. Di crescita? Adesso? Ma fottetevi. Mi risulta più facile credere ad una congiunzione astrale, a una profezia, al castello dei destini incrociati.
S. mi guardava tenera, l’altra sera, come solo una donna incinta sa fare. Ripensarci è strano. Non sono stata abituata a sguardi solidali, a dolcezze, a confidenze e discorsi un po’ più seri non terminanti con un “Ma sì ma in fondo sticazzi, parliamo di musica per piacere. Rock’n’roll”.
“Bella lei” – mi dice. E io le sorrido e sbatto le ciglia, che sono lunghe e per qualche ora tutte per lei. Per una volta non ho voglia di replicare. Non ho voglia di smontare tutto con un gelido “Bella un cazzo!”, che ovviamente mi è immediatamente e inesorabilmente balenato in testa.
Perché ogni tanto i discorsi da donna con le altre femmine vanno fatti, e senza soffrirli. Senza farsi venire i crampi allo stomaco. Senza andarsene a metà discorso dalla stanza con una scusa banale. Ogni tanto bisogna restare, e sostenerli, come farebbe una donna, appunto. Come fa S. E come non faccio io, anche se, nonostante tutto, ogni tanto butto un occhio sotto al fazzoletto. E non è affatto male, là sotto. Affascinante, quel mondo nascosto. Dovrebbero dedicarci uno speciale di Super Quark, un inserto di Focus, ché certe cose vanno approfondite, e condivise, e gli studenti delle scuole superiori dovrebbero poi scriverci centinaia di tesine.
“Comportati come un’adulta!” – mi diceva sempre mia madre, quando ero piccola e frignavo. Ogni madre credo abbia detto frasi simili ai propri figli, tanto che siamo cresciuti tutti  col mito che essere adulti o comportarsi come pseudo tali sia sano, giusto e degno della più vivida considerazione. Ma allora dove sono finiti tutti quei pregi propri del mondo dell’infanzia? La fantasia, la spensieratezza, la creatività, la buona fede, la curiosità.
“Io credo, sinceramente, che essere adulti non sia sano” – dico ad S. – “Ma credo anche, con rispetto parlando per quella” – dico indicandole la pancia che sporge – “che i bambini siano esseri terrificanti. Vorrei restare in questo stato di sciroccatezza per tutta la vita che mi resta. Vorrei continuare a stupirmi dei discorsi seri che riusciamo a fare ogni tanto, io e te, davanti a una fetta di cocomero, senza il supporto di alcol o droghe leggere”
“Bella lei” – ripete. E io a quel punto un po’ di fastidio lo sento. All’altezza dello stomaco. E non ho voglia di sbattere di nuovo le ciglia e di sorvolare. Mi ripeto che è una donna incinta, che è sensibile, che non si brocca alle donne incinte così come non si picchia chi porta gli occhiali.
Ma non ci riesco. Non riesco, ovviamente, a comportarmi come un’adulta, come quell’adulta che avrebbe voluto mia madre quando battevo i piedi per terra e urlavo come Emily Rose prima dell’esorcismo correndo per casa.
” ‘cazzo trovi di bello?” – le dico vagamente aggressiva.
E lei mi guarda e ridacchia, grugnendo un po’, ché non riesce a non farlo. Gli occhi le diventano due mezze lune e io capisco che sta per colpirmi. Sta per colpirmi in quel punto morbido cui ho lasciato vedere un po’ di sole ultimamente, quello proprio sotto al fazzoletto.
Ma sospiro, e la lascio fare.

Una noia mortale emana da quelli che hanno ragione e lo sanno (E. Canetti)

11 lug

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On air – I just wanna make love to you – Etta James

La verità è che se credi fermamente di avere ragione ce l’avrai, anche se hai torto marcio.
Non valgono trucchi, manipolazioni, trabocchetti. Funziona sempre tutto nel più semplice dei modi. Funziona come ti piace che funzioni.
A me ad esempio piacciono i fuochi d’artificio.
Mi piace l’idea di poter tornare presto a bere Stella Artois nei cafés di Rue Oberkampf.
Mi piacciono le pagine stropicciate dei libri che qualcuno ha letto prima di me.
Mi piacciono i campanelli attaccati alle porte di alcuni negozi.
Mi piace ballare Lady D’Abarnville al buio, a piedi nudi sul parquet. E il parquet si trasforma in sabbia fresca, e quella canzone si trasforma improvvisamente nella canzone più bella che abbia mai sentito. Anche se non è vero. Anche se poi metterò su Etta James e fa così caldo che penserò a Mr. Coca Cola Light, che non c’è mai piaciuto, con quei jeans sbragati, ma che è diventato un’istituzione grazie ad Etta.
E a me piace che funzioni così. Mi piace pensare che io non debba barcamenarmi troppo. Ché le lotte contro i mulini a vento hanno rotto il cazzo, sono finite, game over. Mi piace pensare che io abbia già capito tutto, e che quello che ho capito è giusto, è buono, e sa di crema, di lampone, di pollo arrosto e di salsa barbecue.

“Ma poi, ci sono giorni in cui proprio non riesci. Giorni in cui ti svegli e la crema ti stucca, il lampone ti fa schifo e il pollo arrosto e la salsa barbecue sono cibo da Mc Donald’s. E la tua ragione non esiste. E quella che esiste fa schifo” – dico concitata.
“Dio salvi la Regina” – dice Angie.
E torniamo a limarci le unghie.

Certi amori

3 lug

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On air – Superstar – Sonic Youth

Cos’è che conta davvero?
Per me conta, innanzitutto, avere di nuovo un notebook. Una tastiera sulla quale smollicare. Un desktop da prendere a ditate e sul quale starnutire.
Poi conta il fatto che su internet si possono comprare degli orecchini da paura. Orecchini molto simili a quelli rubati. Orecchini che se non arrivano entro venti giorni ti vengono rimborsati. E che poi arrivano al ventunesimo. E tu hai degli orecchini da paura, simili a quelli rubati, gratis, e sei così contenta dell’avvenuto risparmio che decidi di spendere il quintuplo in scarpe. Ché quelle non te le hanno rubate, ma la sensazione di mancanza che si prova davanti a una vetrina con le nuove collezioni è la stessa.
Conta il fatto che non troverò mai gli stessi occhiali da sole. Mai. Ergo non vedrò mai più il mondo con gli stessi occhi. Con le stesse sfumature Jackie Ohh. Meglio. Ché io la grazia di Jaqueline Kennedy Onassis non ce l’ho mai avuta e mai ce la vorrò avere, ed è piuttosto la stagione giusta per mettere gli shorts di jeans a pois strappati, prendere le bottiglie di birra dal collo e andare in giro con un paio di Wayfarer graffiati.
Conta che la tua più-amica-che-collega passa davanti al tuo ufficio e ti chiede cos’hai. E tu dici “Nulla!” ma lei entra lo stesso e ti da un bacetto, di quelli piccoli e un po’ soffiati, che si danno ai bambini. E tu pensi che sei stata fortunata ad incontrare persone con una sensibilità così acuta. E poi pensi anche che sì, è stata un’ottima mossa quella di rispondere “Nulla” e non starle ad elencare tutte le mega-minchiate per le quali ti stanno girando le palle, prima fra tutte il fatto che il tuo pranzo è in ritardo.
Tra le cose che contano c’è il fatto che certe persone non contano davvero più niente. E quando ti cercano dopo mesi suscitano in te lo stesso effetto della telefonata dell’operatore della Vodafone che vuole proporti la nuova super-offerta per la linea super-veloce da super-nerd.
“Certi amori non finiscono”, mi scrive Becky, alias l’operatore della Vodafone, qualche ora dopo il tentativo di riappacificazione.
Ma io fatico a risponderle. Penso addirittura di non farlo. Ché certi amori finiscono eccome. Finiscono proprio perché sono certi amori, e non quegli amori.
“Come sei saggia” – mi dice Iris al telefono, prendendomi per il culo.
“Sì, talmente saggia che ancora ci rimango male se durante il giorno non ricevo le telefonate che vorrei o altra roba simile da quindicenne fan dei Take That”
“Io ti chiamo” – risponde lei, forse seria. Poi ci pensa, capisce, e aggiunge serissima: “Mi è sempre piaciuto il tuo pensiero alternativo. Di fondo sono poche le cose di cui ti frega qualcosa, pensi sempre il contrario di tutto, e poi però ti struggi in certe cose allucinanti che non contano granché”
Era tanto, tantissimo tempo che non sentivo una frase di Iris così lunga senza l’uso di almeno diciotto avverbi.
“E’ questo il bello”
E’ una tragedia, eppure è il bello. Non il brutto. Perché al solito, ciò che conta, è il punto di vista.
E senza i Jackie Ohh ci si ubriaca di colori.

 

Gaio Giulio Cesare

26 mag

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On air – The reason – Hoobastank

Mettersi in riga. Come fanno i militari.
Il giorno in cui dovrò spogliarmi dalle mie vesti da civile e assumere quelle di un militare, vi prego, punitemi. Con una indelebile Consegna di Rigore, per restare in tema.
Perché nemmeno le suore cattivissime delle scuole elementari mi mettevano in riga. Non mi mettevano in riga le urla dei miei genitori, dei miei professori più influenti, dei miei più cari amici.  Perché quando qualcuno ti vuole mettere in riga, c’è qualcosa che non va, è vero. Ma in riga è peggio. Quando si sta fermi in riga viene il mal di schiena, e la testa gira, e le mani iniziano a sudare, e lo stomaco si contrae, e le caviglie si irrigidiscono.
Si sta una vera merda insomma, in riga.
Non è plausibile, quindi, pensare che ci siano ancora molte donne, frotte di donne, in cerca del loro Gaio Giulio Cesare che le conquisti e le metta in riga. Perché lui, solo lui, riuscì a sottomettere i Galli, e poi i Belgi, e poi gli Elvezi, e poi i Germani e poi ancora i Britanni, e sconfisse pure Farsalo Pompeo e divenne dittatore a vita. Wow gente. Inutile far paragoni con latin lovers da copertine patinate dei nostri giorni. Il vero conquistatore e raddrizzatore ha solo un nome, seppure non troppo sexy: Cesare.
Ma Gaio Giulio Cesare è morto alle Idi di Marzo, e non tornerà. O almeno così pare. Per ora tutto è filato liscio e non è tornato, ma nel cuore di qualche donna si spera sempre che lui lo faccia, che arrivi col suo sorriso smagliante e profumato di alloro e che le conquisti una ad una, mettendole in riga come legionari. Perché tante, ma proprio tante, aspettano solo di essere salvate da un audace conquistatore. Da un raddrizzatore di destini. Da un prode coraggioso, cattivo e sfrontato come Gaio, che infilzi l’asta della bandiera ai loro piedi e urli Veni, vidi, vici!
Ma non funzionerà. I metodi militari si sono sempre fermati ad una riuscita apparente, alimentando frustrazioni e insoddisfazioni interne. Pure Cesare, in fondo, l’hanno ammazzato quasi subito.
Chapeau a chi si auto-raddrizza, piuttosto, senza Gaii e Giulii che diano la spintarella. Chapeau a chi ha toccato con mano il vero casino e ha capito che non sarebbe mai arrivato un prode comandante a sbrogliarlo, e ha preferito risolverlo da sé.
Chapeau a chi pensa che mettersi in riga significhi far la fila alla cassa al supermercato.

Io non nasco Bio. Né Discotecara.

13 mag

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On air – Someone else’s bed – Hole

Quando il ragazzo che mi asciugava i capelli mi raccontava quanto lui amasse andare in discoteca e quante volte le sue prolungatissime disco-sessions gli avevano fatto temere di poter rimanere sordo, non ho potuto fare a meno di pensare alle parole di chi, proprio qualche giorno prima, mi aveva detto, che lui nasceva come discotecaro.
E dev’essere davvero figo, cazzo, potersi classificare. Qualunque sia la categoria.
Come al supermercato.
“Mi scusi, dov’è il reparto Discotecari?”
“In fondo a destra cara, vicino al bicarbonato di sodio”
Che figata.
Tuttavia, il salto mentale è automatico: se loro sono Discotecari, se il resto del mondo è incasellato in qualche altra parte più o meno pregevole, io, dove mi colloco?
Ci penso su, mentre il ragazzo si fa cadere dalle mani la spazzola sei o sette volte, e io lo odio, perché un vero Discotecaro dovrebbe saperle muovere bene, le mani, non gongolarmi intorno come un moscerino ubriaco.
Ci penso su, e non mi viene in mente niente.
Niente.
E la cosa è terribile, perché se tutti, nel Supermercato della Vita hanno un reparto, io dovrò pur avere un cazzo di scaffale, una nicchia nel banco frigo, un cestino micragnoso vicino alla cassa.
E invece niente. Ci stanno i Discotecari, le Sgualcite, i Nerdoni e altre categorie eterogenee, e io non ci sono, da nessuna parte. Probabilmente giustificherei la cosa con una finta spocchia, e direi con lo spalluccia alzata “Ma saaaai, io sono più che altvo un pvodotto di boutique equo-solidali”, ma non ci crederebbe nessuno cazzo, che lo sanno tutti che su di me quella roba lì eco-bio eco-friendly eco-insipid non attacca. I miei pasti sono veri, ricchi e sinceri, come nei peggiori bar di Caracas.
Chi sono io? E perché me lo chiedo solo dopo aver appreso che c’è gente che nasce come Discotecara? Forse perché io non ci vorrei nascere, come Discotecara, e cerco argomenti a supporto di questa cosa, nonostante andare a ballare mi piaccia, nonostante adori quella sensazione di confusione e esaltazione che si prova solo quando si è mezzi ciechi e quasi sordi in mezzo a un branco di gente a sua volta mezza cieca e quasi sorda. Ma pensandoci, forse si tratta di quella stessa sensazione che si prova a un concerto rock dopo un po’ di birre. Con la differenza che lì si può cantare, cantare sul serio, e sentirsi tutt’uno con quella gente mezza cieca e mezza sorda. Tutti abbracciati, tutti emozionati per le stesse luci sul palco, galvanizzati dalle note di apertura delle nostre canzoni preferiti. Forse in una vita passata sono stata una groupie. La mia indagine potrebbe partire da lì.
Per adesso, però, sono certa di essere troppo spartana per essere Bio, di essere troppo amante del rock per essere Discotecara, di essere troppo lovelovelove per essere Sgualcita e di essere troppo tecno-rincoglionita per essere Nerd. E devo, quindi, approfondire l’analisi, prima di ritrovarmi sola, nuda e scapigliata, in un parco pubblico, ad afferrare i passanti e ad urlargli in faccia :
“Chi cazzo sono io?????”

Nessun domani

7 mag

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On air – Tunnel of love – Dire Straits

Volere tutto e subito.
E’ un problema comune. Comune a me e comune a Sofia sicuramente, e me lo spiega mentre mangia polpettone in spiaggia, guadagnandosi a tutti gli effetti il titolo di essere più affamato del litorale romano.
Non ricordo un solo momento nella mia vita in cui ho voluto fare le cose per gradiprocedere step by step.
Fanculo gli steps. In palestra ho sempre odiato lo step. A me piace fare Jump, Spinning, correre a perdifiato, sfondarmi le chiappe in qualche perfidissimo esercizio di cardio-pump. Tuffarsi, tuffarsi a capofitto, e chissenefrega se ancora non so farlo senza chiudermi il naso con le dita. Io mi tuffo e non me ne frega niente, ché domani non esiste.
Domani potrei svegliarmi e non essere più io. Potrei agognare un body rosso, di quelli lucidi, terribili, da russa anoressica, e decidere di mollare tutto e tutti e diventare anche io una circense. La cosa non sarebbe poi così inverosimile, dopotutto ero io, circa un anno fa, che raccoglievo informazioni al Teatro Tendastrisce sui programmi per principianti della Scuola Orfei.
Domani, potrei dimenticare tutto. Così, come dopo una lobotomia, come dopo un’overdose di programmi trash in tv. Potrei dimenticare cosa si prova, a ridere così, a piangere così, come sul finale de La Casa Del Sonno. Ché nessuno ha mai pianto sul finale di quel libro, su quelle due ultime parole. Ma io sì, a dirotto. E non si chiama immedesimazione, si chiama piangere sempre al momento sbagliato nel posto sbagliato, ed esserne perversamente orgogliosi.
Domani, quale domani? Chi mi ha mai promesso un domani? A chi ho mai promesso un domani?
Domani non esiste, e io lo so che non esiste, e lo sapevano anche i miei ricordi in bianco e nero, quando pensavano ad oggi. Pensavano ad oggi come a una chimera, loro. Pensavano ad oggi come si raccontano le storie più strane intorno a un falò, in una sera d’estate, quando sono tutti sufficientemente stanchi e l’aria è sufficientemente alcolica da sentirsi liberi di parlare, ché tanto nessuno ci prenderà mai troppo sul serio.
Domani non c’è, e lo urliamo in macchina insieme ai Dire Straits, io e la mia minigonna, mentre la tangenziale sembra una strada sull’oceano, fluida, blu scuro, e libera, senza ombre.
E se domani non esiste, cazzo, se domani non arriverà, io non voglio che il meglio di oggi, ché la polvere dei nostri patti, dei nostri sogni, dei nostri desideri, delle nostre remote speranze, ci ha riempito le tasche, ci ha fatto tossire e poi, al primo soffio, è volata via.

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