Siamo tutti un sacco fighi

14 dic

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On air – Rewind – Paolo Nutini

Sbranare la normalità con unghie e denti, dopo un po’, rompe il cazzo.
Al di là del fatto che unghie e denti andrebbero curati con l’amore e la sollecitudine che si dedicherebbero a un bonsai Golden Yellow, ogni tanto bisognerebbe lasciarla entrare, un po’ di normalità, per riequilibrare un po’ le cose. Per stemperare. E’ come il pizzico di sale nell’impasto della torta. Bisognerebbe farla entrare, quella briciola di normalità, anche per consentire a Lui di scoprire che, sì, non mi piace solo l’indie rock alternativo o il classic punk che non ascolta più nessuno, ma pure Paolo Nutini. Paolo Nutini, e quindi? Lo vogliamo criticare solo perché è del 1987? E’ stata un’annata buona quella. Ha portato ottima roba qui in città. Quindi io non critico Paolo Nutini e, anzi, lo canticchio mentre mi lavo i denti, ché tanto, in mancanza di ugola d’oro, tanto vale cantare quando cazzo mi pare, anche sbrodolandomi di dentifricio.
Sbranare la normalità rende fighi, è vero. Ma a lungo termine non credo funzioni. Poi si diventa monotoni e stupidi. Monotoni e soli. Monotoni e tossici. Monotoni e sbrodolanti minestrina sul divano davanti la tv, soli. Sto estremizzando, solo un po’. Solo per dire che io la minestrina sul divano, davanti la tv, da sola e tutta sbrodolosa non voglio mangiarla cazzo. E lo ammetto con la mano sul cuore, senza timore di essere criticata. Sono una pavida che non ama l’idea di un futuro solitario a base di minestrina. O di cibo proteico. Perché c’è sempre la corrente estremista che sbrocca del tutto e che si dedica alla cultura del suo super-figo-io e comincia a sfondarsi di palestra e cure estetiche. Ecco, io onestamente vorrei solo andare in palestra due o tre volte a settimana, tornare a casa, fare sesso per sciogliere i muscoli e poi mangiarmi qualsiasi cosa, pure una cazzo di minestrina, ma in compagnia. Non mi pare di chiedere troppo. E’ la normalità. A meno che non si è superfighi o superfrigidi. Il ragionamento mi sembra che fili.
Spezzare la normalità fa sentire vivi, dicono i più. Si sente un sacco di gente, infatti, che si sente viva con le esperienze estreme, con gli sport più audaci, con le vite sregolate. Di certo non s’è mai sentito qualcuno proclamarsi vivo e frizzante per aver fatto una crostata con la marmellata. A parte me, ovviamente, ché se faccio un dolce che racchiuda in sé la bellezza estetica e la bontà diventa un record personale così grande che lanciarsi col paracadute al confronto è per me emozionante al pari di un colpo di tosse.
Quindi, la normalità è opinabile. E qualsiasi essa sia, qualsiasi diversivo essa rappresenti, va infilata di tanto in tanto, qua e là, a dosi più o meno piccole. Come gli aromi nelle torte. Ma mi rendo conto che è ridicolo che io faccia questi paragoni con i dolci visto che abbiamo capito tutti che mi riescono una merda. Perché io non sono dolce, non lo sono per niente. Dico continuamente “Che schifo” e faccio un sacco di espressioni molto lontane dalle faccette coccolose del Gatto con gli stivali di Shrek. Ma se il tuo uomo ti dice che lo sei, beh, si vede che hai lavorato bene sulla tua normalità, hai lasciato che si insinuasse un pochino e lasciasse intravedere il B-side. Non il culo. Il B-side, la traccia nascosta, quella che se continui a fare il figo palleggiando tra pose e convenzioni da bello-e-dannato, bello-e-impossibile e bello-che-balla, non verrà mai ascoltata.

Batman…. io… io… sono innocente! (Joker)

8 dic

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On air – Ride a white swan – Marc Bolan & T. Rex

“Certo che sarebbe davvero terribile eh” – dice Lui fissando lo schermo della tv.
“Che cosa?” – chiedo io con la faccia nel piatto. Ho fame cazzo ho sempre fame, non posso permettermi di guardare con attenzione la tv.
“Trovarsi in una situazione come in quella di questo film. Trovare il proprio uomo o la propria donna a letto con qualcun altro”
“Terribile oltre ogni immaginazione” – rispondo io alzando la testa dal piatto, improvvisamente catturata dall’argomento. Mi piacciono queste cose splatter. Mi piace pensare a come reagirei io se mai mi trovassi in una situazione del genere. Torno a casa, apro la porta, e trovo il mio uomo a letto con una Sgualcita: che faccio? La domanda è molto più complessa di quello che sembra. Perché rispondere “sbroccherei” non sarebbe una risposta sincera. Non sbroccherei e basta.
Passo in rassegna mentale tutte le reazioni che ho avuto in passato per le situazioni più assurde che mi sono capitate e mi rendo conto che il passato non mi supporta. Il passato non supporta la mia freddezza e il mio cinismo. Il passato mi sputtana. La scelleratezza con cui ho affrontato il ladro che era entrato in casa mia mentre io ero nella mia camera in pigiama e indifesa, soprattutto, mi mette pensiero. Mi ci sono avventata correndogli contro a piedi nudi e urlando come l’Ultimo dei Mohicani, caricandolo di testa. Ma nel frattempo piangevo di paura, il che mi rende comunque piccola, ingenua e indifesa.
“Amore” – gli dico cercando un barlume di conforto – “Secondo te cosa farei io?”
Lui non ci pensa su un secondo.
“Tu te ne andresti. E spariresti per sempre. Non gli daresti mai la soddisfazione di una scenata, alla Sgualcita”
“Ci hai preso, cazzo. Ma ho una piccola aggiunta da fare”
“Quale?”
“Prima di uscire per sempre dalla stanza e dalla vita del traditore e della Sgualcita io la sfregerei, la Sgualcita”
“Ah”
“Le disegnerei un bel sorrisone alla Joker. E poi le direi: E mo’ ridi!”
Lui mi guarda divertito. Sembro effettivamente seria mentre lo dico, brandendo la forchetta e con lo sguardo psicotico. Ma si sa che sono noiosamente e civilmente per la non-violenza. Già. Farei esattamente come dice lui. Me ne andrei e basta, e diventerei un essere incontattabile e irrangiungibile e invedibile da quell’istante in poi. Senza dispettucci da faccia-di-Joker. Anche perché la Sgualcita sicuro c’ha la sifilide, e ferirla non aiuterebbe di certo a limitare il contagio. Mi sgualcirei pure io poi. E non va bene, cazzo, ché è una vita che faccio lo slalom tra incontri e conoscenze fuorvianti e nonostante tutto sono sempre riuscita a mantenere una certa stiratura.
“E comunque, al traditore, tirerei una sedia in faccia” – aggiungo. E non so perché lo aggiungo. Soprattutto non so perché lo aggiungo dopo aver riflettuto sulla non-violenza.
“Io credo semplicemente che quello che non ti uccide ti rende più… strano”, diceva appunto Joker. Quindi magari io sarò pure per la non-violenza e per il non toccare la Sgualcita infetta, ma il traditore nel mio letto una sedia in faccia se la becca. Almeno avrebbe potuto affittare una stanza del Motel, ‘sto stronzo, sollevandomi dalle rogne di un trasloco.

 

Il buongiorno (si vede dal pompino?)

25 nov

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On air – Haven’t met you yet – Michael Bublé

La leggenda della donna che svegliava gli uomini che dormivano con lei con un pompino, guadagnandosi, pertanto, il nomignolo di Colazione da Tiffany, è qualcosa di mitologico cui sono venuta a conoscenza neanche troppo tempo fa. Quando mi hanno raccontato la sua storia, la storia di Tiffany, mi sono sentita vergine. Nuova. Improvvisamente intatta di fronte a queste storie incredibili di risvegli sistematici e, al contempo, alternativissimi. Perché io, sarò sincera, mi sono interrogata per anni su cosa fosse stato meglio bere per me al mattino. Il latte mi appesantisce, ho provato anche con quello triste da fricchettoni ma non c’è stato niente da fare, se lo bevo annaspo. Il thé è buono, oh si, ma mi rompo un po’ le palle a farlo se devo dirla tutta. Il latte perlomeno lo tracannavo freddo, diretto dal frigo, anche a Natale, anche con la neve. Non ho mai capito chi boicotta il latte freddo d’inverno, ce l’avrete pure una cazzo di felpa dentro casa, o no? Ma, come dicevo, col latte annaspo. In ogni caso, i miei ragionamenti verginelli si sono sempre limitati al quesito mattina-latte o mattina-thè? di certo non sarei mai arrivata alla creatività di Tiffany. Tutti volevano dormire con lei, tutti volevano posarsi una brioche sul ventre ed offrirle generosi una colazione completa al risveglio. Era una celebrità, Tiffany. E solo per l’orario dei suoi pompini, rendiamocene conto. Sono certa che l’abitudine della bella Tiffany non era un semplice vizio. Era una mossa pubblicitaria raffinatissima. Un modo per far parlare di sé, per catturare nel suo letto tanti uomini desiderosi di donarle la colazione, per poi selezionare, tra i tanti e a loro insaputa, il P.A.
Il Principe Azzurro no? Quello che non te lo da. Quello che ti prende per il mento, ti tira su la testa e, guardandoti negli occhi, ti dice: “Tiffany, ti porto al bar”.
Perché alla fine tutto ha un senso, anche le nostre sconsideratezze. Poi magari Tiffany era solo una pervertita, io non ho mai avuto l’onore di conoscerla e non posso dirlo. In ogni caso, non sempre facciamo cazzate tanto per farle. Solitamente, quelle più clamorose, quelle seriali, quelle che hanno un ché di metodico e perverso, nascondono sempre la ricerca di qualcosa di totalmente opposto. Io ad esempio ho passato una vita a rifugiarmi da dormite romantiche con il genere maschile perché mi urtava terribilmente l’idea di svegliarmi con qualcuno, l’idea che nel momento zero della tua giornata, quello in cui vuoi solamente continuare a lobotomizzarti per qualche minuto tra le coperte, sei invece costretta a dire cose assurde tipo “Buongiorno” con voce tombale a uno che, con buone probabilità, si starà solo chiedendo “Vediamo se anche lei è Tiffany”.
Ho passato una vita a pensare che le mattine erano mie.
Ché svegliarsi da soli, mettersi a quattro di spade nel letto, alzarsi per fare colazione e tornare a letto solo per rimettersi a quattro di spade era quanto di più bello potesse capitare ad una giovane donna.
Le mie mattine.
Quelle che anche se hai dormito con qualcuno hai puntato la sveglia almeno un’ora prima di lui per darti alla macchia. Quelle che se quando mi sveglio stai dormendo dal mio lato e, magari, stai tentando un approccio simil-romantico quale, ad esempio, un abbraccio, io potrei anche decidere di non vederti mai più. Dopotutto, ora che ci penso, l’ho fatto per davvero.
Poi un giorno ho incontrato Lui e ho capito che le mattine erano migliori se erano nostre. Non mie o con qualcuno. Nostre. Ho capito che la lobotomia può continuare tranquillamente quando trovi qualcuno che è disposto a condividerla e a dirti Buongiorno solo dopo un po’. Che puoi ammettere con serenità, al risveglio, di non essere Tiffany e di avere fame, tanta fame, e tanta voglia di bere un thé, non di fare un pompino, e di certo non sarai considerata una verginella noiosa per questo. Che a quattro di spade ti ci puoi mettere comunque, e se nel distenderti incroci un pezzo della sua gamba o del suo braccio non vuol dire che hai un rompicazzo nel letto, ma soltanto che hai qualcuno con cui contrattare l’alzarsi o meno per mettere su l’acqua del thé. (e vorrà dire anche che l’inverno sarà meno freddo, ma non lo dico, che poi sembro la Piccola Fiammiferia e mi venite tutti a compatire e a portare pane e cipolla, e io mi sento male).

Un Capodanno

7 nov

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On air – San Francisco – Scott McKenzie

“Le persone possono davvero cambiare? Cioè” – ha detto infilando la testa fra i sedili e avvicinandosi ancora di più a me – “tu pensi seriamente che le persone possano cambiare?”
Io credo nell’evoluzione della specie. E non credo ai preconcetti. E se quando lo dico sembro Piero Angela, vi prego, tiratemi le uova. In più, non vedo perché cambiare debba essere inteso come migliorare. Insomma, un giorno posso essere una persona tranquilla, composta, educata e ben vestita, e il giorno dopo posso decidere di dedicare il resto della mia vita al graffitismo, rincorrendo fiancate vergini delle metropolitane, urlando insulti contro gli skateboarder senza velleità e strappando tutti i jeans in mio possesso. Lo posso fare, certo. Il che significa che posso cambiare, in qualsiasi direzione e per qualsiasi motivo. Se mi parte la brocca o, semplicemente, se mi sono rotta il cazzo.
Credo all’evoluzione, appunto. Credo all’uomo che abbandona il fare da australopiteco e la smette di andare in giro ingobbito. Non credo nelle condanne a morte. Non credo alle stigmatizzazioni. Ché pure il più stronzo, la testa di cazzo più becera dell’universo, il minchione mononeuronico più reietto della società, in fondo, ha una speranza. Una sola. Nel fondo del suo melmoso essere. Ce l’ha. Solo che, in questi femminili tempi, ci si preoccupa troppo di rovinarsi la manicure, per scavare a fondo nella melma e cogliere la piccola, solitaria speranza.
La persona con la testa tra i sedili probabilmente si aspettava una risposta del genere da me. Si aspettava che la travolgessi con qualche articolata e fantasiosa teoria sull’australopiteco con o senza manicure. Eppure, io ho fatto un vago sorriso e ho risposto solo:
“Sì”
Ché di certo tutta ‘sta roba mica la si condivide così, con una che infila la testa in mezzo ai sedili. La sera di Capodanno, poi. La sera in cui del cambiamento, delle evoluzioni, delle crisalidi che finalmente sfarfallano in giro, non ce ne frega davvero l’ombra di un cazzo. Perché non è vero che facciamo buoni propositi noi, quella sera lì. Stiliamo una lista di Grandi Speranze, e ci sentiamo tutti come tanti propositivi Dickens mentre lo facciamo. Ma in realtà vogliamo solo una cosa: bere. Vogliamo la scusa per festeggiare, bere e scopare nel modo più promiscuo possibile, confidenti nel fatto che la lista delle Grandi Speranze fungerà da pezza a colori per la nostra coscienza, la mattina dopo.
Ad ogni modo, sì che si può cambiare, ed è pure una delle cose più fighe che l’essere umano è in grado di fare. Pensate alla pecora, una vita a fare “Bè”. Solo Dolly l’ha dato in culo a tutte. Solo che tocca avere pazienza. Ché se davvero uno si sveglia la mattina e cambia tutto in un colpo solo non è un avanguardista, è uno psicopatico. O forse sono io che ancora devo finire di evolvermi, e questo è un fottuto preconcetto?

I sogni non svaniscono, finché le persone non li abbandonano – (Capitan Harlock)

24 ott

526

On air – The man in me – Bob Dylan

Quando inizi a fare un sacco di incubi non devi soltanto pensare a rivisitare le tue abitudini alimentari serali (la Nutella! Cazzo, la Nutella!), ma devi anche iniziare a farti qualche domanda in più. In generale, partendo dai sani principi dell’ottimo random. Perché dopo un po’ questa filosofia del noncipensononmiimporta te lo mette inevitabilmente al culo. E non sono parole mie, stavolta, ma parole di Iris, la donna che noncipensaenonleimporta, e che infatti fa un sacco di incubi, proprio come me.
E allora ho cominciato in modo soft, da domande semplici e un po’ a caso, dalle cose che non capisco.
Non capisco perché va di moda dire di essere “cittadini del mondo” quando la maggior parte della gente che lo dice è la stessa che ci delizia quotidianamente con battute razzistelle sui lavavetri e che si zavorra alla cucina della mamma come fosse l’unica vera fonte di cibo commestibile.
Non capisco chi si fa tatuaggi commemorativi delle nonne defunte. Mia nonna non avrebbe mai voluto che mi tatuassi qualcosa per lei, ne sarebbe rimasta inorridita, disgustata. Piuttosto avrebbe preferito che avessi imparato a cucinare, ma dopo quella volta che feci esplodere un ciambellone perse ogni speranza e capì che non ero la nipote giusta sulla quale puntare.
Non capisco perché la frase “Ti amo perché ho bisogno di te” di Erich Fromm debba essere necessariamente interpretata come esplicativa di un amore immaturo. Siamo tendenzialmente un branco di caproni che mugulano in giro e che hanno difficoltà a scrivere e parlare in modo compìto, e se sentiamo dire Ti Amo, buttato in una qualsiasi frase a cazzo dovremmo farcelo bastare come cosabbellabbellaunsacco e mandare a fanculo tutte queste teorie sull’amore che hanno manifestamente rotto il cazzo.
Non capisco perché bisogna essere morbidi. Cosa significa che nella vita bisogna essere morbidi? Che la devo smettere di fare jogging come una disperata e devo attendere paziente che mi si ammosci il culo o che devo smetterla di avere modi meno severi? Mia madre è una vita che prova a rendermi morbida, mi ha lavorata paziente, come fossi pasta per la pizza. E proprio qualche giorno fa, dopo averle raccontato un recente episodio che mi aveva fatto incazzare come una belva idrofoba, mi ha detto “Ma tu, ti rendi almeno un po’ conto di quanto sei dura?”. E me l’ha detto con l’occhio da mamma preoccupata di aver allevato un piccolo comandante di un esercito di ribelli. E io ho risposto “Sì mamma. Ma è giusto così, no?”. No, a quanto parte, ché nella vita prima o poi devi scodinzolare dietro la chimera della morbidezza. Prendo un paio di ripetizioni, entro in analisi per almeno un annetto e poi, sotto effetto di barbiturici, vi raggiungo e vi faccio neri.

Zucchero

13 ott

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On air – Chick Habit – April March

“Ce lo vuoi lo zucchero nella camomilla?”
“Mi fa schifo lo zucchero. Odio lo zucchero. Non voglio più sentir parlare di zucchero” – rispondo in un ringhio.
Sono quasi le quattro del mattino, sono rannicchiata su una sedia accanto al tavolo della cucina, e dico un sacco di stronzate. E, come se non bastasse, non riesco a levarmi una canzone dalla testa. Mi perseguita, mi tortura, e non combacia col mio umore, non c’entra veramente un cazzo. E’ una canzone allegra, spensierata, ed io invece sono furiosa e voglio solo uscire fuori in strada a dare fuoco ai bidoni della spazzatura con la fascetta di Rambo in testa. E’ tutto così maledettamente destabilizzante che inizio a fumare e a dire parolacce come in preda a un trip. Non riesco a fermarmi. Cazzo. Merda. Porcaputtana. La canzone allegra che ho in testa mi sfonda i timpani, ma non serve veramente a un cazzo. (Merda. Porcaputtana).
Mi gira la testa. Non capisco se ho sonno o se è lo zucchero che non ho ingurgitato. O se sto per svenire. Fatto sta che a un certo punto è il giorno dopo, e io sono nuda nel letto con Lui, e stiamo facendo disperatamente l’amore. Zucchero nascosto nella trama delle lenzuola. E un po’ dopo faccio due torte. Io. Due. Torte. Zucchero. E sotto la doccia canto Joe Tex, perché Grindhouse-A prova di morte ha una colonna sonora piena di zucchero, pure se poi alla fine muoiono tutti, o quasi.
E Angie è un po’ incazzata con me. Un po’ tanto. Ma poi sospira e mi dice:
“Dai, raccontami come va a finire”
E io glielo racconto. Nudo e crudo. Senza edulcoranti. Perché il vero sapore delle cose si capisce solo così. Ed è buono proprio perché è vero, perché è sincero, pure se per un attimo ti fa arricciare le labbra per quanto è amaro.
E no, non ho fumato stasera. Non uso droghe e le bottiglie di vino che ho in casa sono tutte intatte. Non ho scritto un post di merda.

La gattara

23 set

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On air – Washing Dishes – Jack Johnson

“Se continui a dire alla gente tutto ciò che pensi, prima o poi, diventi pesante” – mi hanno detto qualche giorno fa.
Pesante.
Pesante.
Pesante.
Cazzo.
Che può fare nella vita uno pesante? Secondo me le chances si restringono vertiginosamente. Essere pesanti non apre molte porte. E la donna pesante, prima o poi, incespica, batte la testa, impazzisce e diventa una gattara.
Cazzo.
Io non voglio essere una gattara. Ché le gattare sono di estrema destra e razziste, peraltro. Sono estremiste della razza felina pura e selvaggia, e ne tutelano lo stato brado. Sono pesanti, le gattare. Niente adozioni, niente cani, niente piccioni, niente ordinati allevamenti. Solo folli incursioni di croccantini.
Che poi, avete mai visto una gattara pettinata? No, perché le gattare sono matte. Quindi inveiscono contro la gente e scuotono la testa, scapigliandosi. La gattara pettinata, se l’avete vista in giro, non era una vera gattara: c’aveva il cane.
Io otturerò per sembra il canale di scolo cervello bocca, che a volte sbrodola e l’idraulico non fa in tempo ad arrivare che ho già allagato tutto.
La positività e le buone intenzioni nel dire ciò che si pensa non sempre è intrinseca. A volte è un passaggio di patata bollente, ed anche qui non sto citando me stessa ma Lui, l’idraulico, quello che ottura il canale, o che perlomeno ci infila qualche attrezzo e lo ripara. Ché detta così sembra proprio un riferimento porno, e in effetti lo è. Io vado a letto con l’idraulico, e allora?
Ti dico tutto quello che penso e poi sono cazzi tuoi. Ecco, io potrei passare giorni, mesi, anni, a riflettere su questa cosa, a enuclearne i possibili risvolti, a scovare il male minore. Ma non voglio farlo, non voglio essere una gattara.
Penso solo che il tema ridondante sia sempre lo stesso: farsi i cazzi propri è tendenzialmente la soluzione. Misurarsi. Non vomitare necessariamente tutto. No. Ché quello lo fanno i bambini intorno ai 3/4 anni in genere, nella fase in cui vedono passare una vecchietta per strada e urlano “Mamma guarda, la Befana!”. Poi bisogna contare sulla propria evoluzione, sul proprio self-control. Ché la gente se ne sbatte dello stato d’animo in cui si dicono certe cose e dell’ironia con la quale le si condiscono. L’hai detto. Punto. Come quando dici a una tua amica che ha i baffi. Glielo puoi dire bonariamente, con spirito altruistico, con una battuta simpatica e con una pacca di conforto sulla spalla. Ma le hai detto che ha i baffi e che i suoi amici la chiamano Gillette, e quello conta. Col tuo sorriso del cazzo ci puoi anche lucidare lo specchio del bagno, se proprio vuoi trovargli uno scopo. Ché tanto lei  tornerà a casa e piangerà. E tu sarai un’arpia.
Non tutti hanno un idraulico di fiducia, è vero, ma ritengo che tutti, proprio tutti, siano in grado di tenere la bocca chiusa. Lo può fare persino l’uomo più ciccione al mondo, figuriamoci noi mortali fuori Guinness.

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